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Alberto Beretta Medico immunologo

Esercizio fisico: il segnale che cambia con la vita.

Dr. Alberto Beretta Aggiornato il 2 Agosto 2026 4 min di lettura

L’esercizio fisico non è uno stimolo neutro che funziona uguale per tutti e per sempre. È un segnale biologico. E come tutti i segnali biologici, il suo effetto dipende da quando arriva — e a chi.

In breve

A vent’anni l’allenamento costruisce. A quaranta conserva. A settanta protegge. Non sono sfumature: sono obiettivi biologici radicalmente diversi che richiedono stimoli diversi, biomarcatori diversi e logiche di recupero diverse. L’errore più comune non è allenarsi troppo o troppo poco — è allenarsi come se il corpo fosse ancora nella fase precedente. Come se il segnale che funzionava a trent’anni funzionasse uguale a sessanta.

Come descriviamo in Saremo tutti centenari, la biologia non è statica, e lo stimolo non può esserlo. Invecchiare in salute non significa ridurre l’intensità dell’esercizio. Significa renderlo più preciso — calibrarlo sulla fase biologica che si sta vivendo, non su quella che si è lasciata alle spalle.

L’approfondimento

La fase di costruzione — vent’anni/trent’anni

In giovane età, l’esercizio fisico amplifica i programmi genetici di sviluppo. Lo stimolo meccanico sul muscolo attiva il pathway IGF-1/mTOR con un’intensità e una rapidità che non si ripeteranno in nessun’altra fase della vita: la sintesi proteica muscolare risponde in modo robusto anche a stimoli subottimali, la biogenesi mitocondriale è rapida, la plasticità biologica è al massimo. La priorità in questa fase è il volume, la varietà e l’apprendimento motorio — costruire un repertorio ampio di schemi di movimento e accumulare il capitale muscolare, osseo e metabolico che sarà la riserva funzionale delle decadi successive. Qualsiasi tipo di attività fisica produce adattamento: il sistema è abbastanza plastico da trasformare quasi ogni stimolo in miglioramento. Il rischio principale non è allenarsi sbagliato — è non allenarsi abbastanza, perdendo l’occasione irripetibile di accumulare riserva biologica.

La fase di conservazione — quarant’anni/sessant’anni

Dopo i quaranta, la dinamica cambia. Non si costruisce nuovo capitale biologico con la stessa efficienza: si preserva quello acquisito. La resistenza anabolica inizia a comparire — non in modo drammatico, ma misurabile. La risposta di IGF-1 all’esercizio si riduce, la finestra temporale di sintesi proteica post-allenamento si accorcia, il recupero richiede più tempo. In questa fase, l’allenamento di forza — con carichi progressivi e almeno 2–3 sessioni settimanali — è lo strumento principale per mantenere la massa muscolare e la densità ossea. Parallelamente, l’attività aerobica ad alta intensità intermittente (HIIT) — non il cardio moderato continuo — attiva AMPK in modo efficace, migliora la funzione mitocondriale e mantiene alta la VO₂max, il parametro singolo più predittivo di longevità disponibile oggi nella pratica clinica. La ritmicità dell’allenamento diventa centrale: cicli orientati alla forza alternati a fasi più metaboliche, evitando l’attivazione cronica e indiscriminata di mTOR. I biomarcatori rilevanti in questa fase sono IGF-1 circolante, VO₂max, sensibilità insulinica e HRV (variabilità della frequenza cardiaca) — la misura più accessibile dell’equilibrio tra carico imposto e capacità di recupero.

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La fase di protezione — oltre i settant’anni

Dopo i settanta le priorità cambiano ancora. Fiatarone et al. (N Engl J Med, 1994) — in uno studio che rimane tra i più citati nella letteratura sull’invecchiamento — hanno dimostrato che l’allenamento di forza produce miglioramenti significativi di massa muscolare, forza e capacità funzionale anche in soggetti fragili di 90 anni istituzionalizzati. L’allenamento di resistenza non ha età limite: rimane il principale strumento contro la sarcopenia e la fragilità, anche nelle fasi avanzate della vita. Ma la logica cambia: i carichi devono essere attentamente dosati per stimolare la sintesi muscolare senza superare la capacità di recupero ridotta; la frequenza delle sessioni può essere ridotta ma non annullata; il recupero va protetto attivamente, non considerato un’appendice passiva dell’allenamento.

Pedersen e Saltin (Scand J Med Sci Sports, 2015) hanno sistematizzato le evidenze sull’esercizio come medicina in 26 condizioni croniche diverse — dalla sarcopenia alla depressione, dal diabete alle malattie cardiovascolari — confermando che non esiste farmaco con un profilo di efficacia comparabile, a fronte di un profilo di sicurezza eccellente se la dose è corretta. In questa fase della vita, l’attività aerobica a bassa-moderata intensità sostiene AMPK e la salute mitocondriale senza il rischio di sovraccarico che l’alta intensità comporta in un sistema con riserva ridotta. Equilibrio e mobilità diventano determinanti primari dell’autonomia funzionale: la perdita di equilibrio è il principale fattore di rischio per le cadute, prima causa di ospedalizzazione nei soggetti anziani, con conseguenze sulla mortalità a 12 mesi comparabili a quelle di un infarto. I biomarcatori più rilevanti in questa fase non sono quelli dell’atleta — sono quelli della funzione: forza di presa (grip strength), velocità del cammino, massa muscolare appendicolare all’esame DEXA, VO₂max relativo al peso, indici infiammatori. Un profilo integrato di età biologica funzionale — molto più informativo dell’età anagrafica nel predire la traiettoria dei prossimi anni.

Il punto di vista di SoLongevity

Nella Clinica SoLongevity, la valutazione dei biomarcatori funzionali — VO₂max, HRV, composizione corporea, forza di presa, performance al test del cammino — è parte integrante del programma longevità e permette di calibrare il programma di esercizio sulla traiettoria biologica individuale. Non un piano generico da adattare all’età anagrafica: uno strumento di precisione costruito sull’età biologica funzionale di quella persona, sulla sua riserva mitocondriale, sul suo profilo infiammatorio e sulla sua storia di allenamento. Lo stimolo giusto, al momento giusto, per il sistema che si sta allenando. Perché l’esercizio fisico è il farmaco più potente disponibile oggi — ma come tutti i farmaci, la dose fa la differenza.

Fonti 

Pedersen B.K. & Saltin B., “Exercise as medicine — evidence for prescribing exercise as therapy in 26 different chronic diseases.” Scand J Med Sci Sports 25(S3):1–72, 2015. 

Fiatarone M.A. et al., “Exercise training and nutritional supplementation for physical frailty in very elderly people.” N Engl J Med 330(25):1769–1775, 1994. 

Warburton D.E.R. et al., “Health benefits of physical activity: the evidence.” CMAJ 174(6):801–809, 2006. 

McPhee J.S. et al., “Physical activity in older age: perspectives for healthy ageing and frailty.” Biogerontology 17(3):567–580, 2016.

I contenuti di questo sito hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del proprio medico.

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