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Alberto Beretta Medico immunologo

Allenare l’olfatto per proteggere il cervello: la scienza del senso più antico

Dr. Alberto Beretta Aggiornato il 31 Agosto 2026 7 min di lettura

Perdiamo la capacità di riconoscere gli odori e pensiamo sia una questione banale. Non lo è: il declino dell’olfatto è uno dei segnali più precoci di Alzheimer e Parkinson — e allenarlo può rallentare l’invecchiamento cerebrale.

In breve

L’olfatto è l’unico senso che bypassa il talamo e si connette direttamente alle aree della memoria (ippocampo, corteccia entorinale, amigdala). Questa “autostrada neurale” lo rende non solo il più antico dei sensi, ma anche il più direttamente legato alla cognizione e alla salute cerebrale. La perdita dell’olfatto — anche lieve e asintomatica — precede di anni o decenni l’insorgenza clinica di Alzheimer e Parkinson, ed è associata a oltre 139 condizioni mediche distinte secondo una revisione del 2024 dell’Università della California a Irvine.

La buona notizia è che il sistema olfattivo è straordinariamente plastico: si può allenare, con risultati misurabili sulla struttura cerebrale e sulla cognizione. Il protocollo è semplice — quattro odori, due volte al giorno, 12 settimane — ed è alla portata di chiunque.

Una revisione sistematica del 2025 su Annals of Otology, Rhinology & Laryngology conferma che l’allenamento olfattivo migliora sia la funzione olfattiva che alcune misure cognitive negli adulti anziani, con evidenza di cambiamenti strutturali cerebrali visibili alla risonanza magnetica.

L’approfondimento

Il naso come finestra sul cervello

Fra tutti i sistemi sensoriali, quello olfattivo ha un’anatomia cerebrale del tutto singolare. Le fibre nervose olfattive — a differenza di quelle visive, uditive o tattili — non passano per il talamo, la stazione di smistamento centrale del cervello, ma proiettano direttamente alla corteccia piriforme, all’amigdala, alla corteccia entorinale e all’ippocampo. Queste strutture sono al cuore dei circuiti della memoria episodica, delle emozioni e dell’orientamento spaziale. È per questo che un odore può evocare ricordi autobiografici con una vivezza che le immagini o le parole raramente raggiungono — il celebre “effetto Proust” ha una base anatomica precisa.

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Ma questa connessione diretta ha anche un’altra implicazione: le stesse strutture in cui si accumulano per prime le proteine patologiche dell’Alzheimer (beta-amiloide, tau) e del Parkinson (alfa-sinucleina) sono quelle che elaborano i segnali olfattivi. Il bulbo olfattivo e la corteccia entorinale sono tra le prime aree ad essere colpite dai depositi proteici tossici — prima che compaiano i sintomi cognitivi o motori. Questo spiega perché la perdita dell’olfatto è uno dei segni prodromici più sensibili di queste malattie.

La perdita dell’olfatto: un segnale da non ignorare

La prevalenza dell’olfatto ridotto (iposmia) e assente (anosmia) nella popolazione anziana è sorprendentemente alta: oltre il 25% degli over-65 presenta qualche grado di disfunzione olfattiva, spesso senza saperlo. Il declino è graduale, subdolo, e viene spesso attribuito a “normale invecchiamento” — il che in parte è corretto, ma la normalizzazione del sintomo può mascherare segnali di allarme importanti.

Una revisione pubblicata su Frontiers in Molecular Neuroscience nel 2024 dall’Università della California a Irvine ha censito tutte le condizioni mediche in cui la perdita dell’olfatto è documentata come sintomo precoce o correlato: il numero è 139, incluse non solo patologie neurologiche (Alzheimer, Parkinson, sclerosi multipla, depressione) ma anche diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, insufficienza renale cronica e diverse malattie autoimmune. Il meccanismo unificante, secondo gli autori, è l’infiammazione: l’epitelio olfattivo è altamente esposto all’ambiente esterno e particolarmente vulnerabile ai processi infiammatori sistemici e locali.

Uno studio longitudinale del 2024 con biomarcatori ematici ha trovato che livelli più alti di amiloide e tau nel sangue correlano con un declino più rapido della funzione olfattiva negli anni successivi, rafforzando il valore del test olfattivo come biomarker precoce e non invasivo. L’identificazione degli odori (saper nominare un profumo) è il dominio olfattivo più fortemente correlato con il declino cognitivo e la progressione a demenza.

Allenare l’olfatto: un intervento semplice con effetti sorprendenti

Nel 2009, il professore Thomas Hummel dell’Università di Dresda pubblicò il protocollo che è diventato lo standard internazionale per l’olfactory training (OT): quattro odori rappresentativi di categorie olfattive diverse — rosa (feniletanolo), limone (citronellale), eucalipto (eucaliptolo) e chiodi di garofano (eugenolo) — annusati per 10-20 secondi ciascuno, due volte al giorno, per 12 settimane. Semplice, economico, privo di effetti collaterali.

I risultati, replicati in decine di studi successivi, mostrano che circa il 30% dei partecipanti ottiene un miglioramento clinicamente significativo della funzione olfattiva. Ma la domanda più interessante è: che cosa succede al cervello?

Studi di neuroimaging (risonanza magnetica strutturale e funzionale) hanno documentato che l’allenamento olfattivo regolare produce cambiamenti misurabili nel cervello. Il bulbo olfattivo — struttura che elabora i segnali odorosi prima di trasmetterli alle aree corticali — aumenta di volume. La densità della materia grigia aumenta in aree olfattive e paraolfattive. La connettività funzionale tra regioni cerebrali implicate nell’elaborazione degli odori e nella memoria si modifica in senso adattivo. In altri termini, il naso allenato ha un cervello strutturalmente diverso — più ricco di connessioni, più voluminoso nelle strutture chiave.

Una revisione sistematica del 2024 pubblicata su Neuropsychology Review (Johns Hopkins) ha analizzato 19 studi sull’allenamento olfattivo e la cognizione, concludendo che c’è evidenza emergente, sebbene ancora limitata, di benefici cognitivi — in particolare su memoria verbale, fluenza semantica e funzioni esecutive. La revisione sistematica del 2025 su Annals of Otology ha confermato questi effetti con ulteriori studi, notando che i benefici sono più pronunciati negli individui con performance basale più bassa — cioè proprio nelle persone più a rischio.

Il meccanismo: neurogenesi adulta nel bulbo olfattivo

Il sistema olfattivo è una delle pochissime aree del cervello adulto in cui avviene neurogenesi continua — nascita di nuovi neuroni. I neuroni sensoriali dell’epitelio nasale si rinnovano ogni 30-60 giorni (uno dei ricambi cellulari più rapidi del sistema nervoso), e nuovi interneuroni vengono continuamente generati nel bulbo olfattivo a partire da cellule staminali nella zona subventricolare. Questo non è un fatto banale: significa che il sistema olfattivo ha una capacità di plasticità e rigenerazione intrinseca che la maggior parte del cervello non possiede.

Quando esponiamo il naso a odori nuovi, complessi o variegati, forniamo input che stimolano questa neurogenesi e rafforzano le sinapsi esistenti. L’olfactory training funziona proprio su questo principio: la stimolazione ripetuta e attenta di odori specifici potenzia i circuiti neurali dedicati, aumenta l’espressione di fattori neurotrofici (tra cui il BDNF, già noto per i suoi effetti cognitivi) e riduce l’infiammazione locale nell’epitelio olfattivo. Uno studio del 2024 ha trovato che l’allenamento olfattivo altera anche la connettività funzionale a riposo nelle reti cerebrali legate alla memoria — non solo i circuiti olfattivi, ma reti più ampie.

Un test che tutti dovremmo fare

La disfunzione olfattiva è comunemente sottovalutata — in parte perché raramente viene testata nella pratica clinica di routine, in parte perché si sviluppa in modo così graduale da essere invisibile al paziente stesso. Eppure esistono test validati e accessibili: il più diffuso è l’UPSIT (University of Pennsylvania Smell Identification Test), che usa 40 odori microencapsulati su “gratta e annusa”. In Europa, lo Sniffin’ Sticks Test è ampiamente usato in ambito clinico.

Per chi non vuole ricorrere a strumenti formali, un semplice esercizio autovalutativo è annusare consapevolmente 5-10 oggetti quotidiani (caffè, pepe, buccia d’arancia, aglio, sapone) e verificare la propria capacità di identificarli e distinguerli. Un declino percepito rispetto a qualche anno prima merita attenzione — non allarme immediato, ma una segnalazione al medico.

Chi dovrebbe preoccuparsi di più

Il rischio di perdita olfattiva accelera dopo i 60 anni, ma i fattori modificabili giocano un ruolo importante: fumo (danneggia direttamente l’epitelio olfattivo), infezioni respiratorie ricorrenti, esposizione cronica a inquinanti e solventi, e diabete non controllato sono tra i principali acceleratori del declino. Chi ha avuto COVID-19 con parosmia o anosmia persistente appartiene a una categoria che merita particolare attenzione: la riduzione del volume del bulbo olfattivo documentata post-COVID può persistere mesi o anni, e il recovery — pur frequente — è incompleto in una quota rilevante di pazienti.

Il protocollo pratico

Per chi volesse iniziare un programma di olfactory training, i passaggi sono semplici:

Procurarsi quattro oli essenziali puri: rosa (o feniletanolo), limone, eucalipto, chiodi di garofano. Ogni mattina e ogni sera, annusare ciascuno per 10-20 secondi, tenendo gli occhi chiusi e concentrandosi attivamente sull’odore — cercando di visualizzare l’oggetto, richiamare memorie associate, descriverlo mentalmente. Il diario olfattivo (annotare ogni settimana la percezione soggettiva degli odori) migliora i risultati. Continuare per almeno 12 settimane. Alcune evidenze suggeriscono che ruotare periodicamente gli odori (ad esempio passare a geranio, cannella, menta, caffè dopo le prime 12 settimane) produca benefici aggiuntivi rispetto al protocollo fisso.

Il costo totale: pochi euro di oli essenziali. Il tempo: circa 5 minuti al giorno. Il potenziale beneficio: un cervello che mantiene più a lungo le sue connessioni.

Fonti

  • Leon M et al. Inflammation and olfactory loss are associated with at least 139 medical conditions. Frontiers in Molecular Neuroscience 2024. PMC11502474
  • Tan Y et al. Effects of Olfactory Training on Olfactory and Cognitive Function: A Systematic Review. Annals of Otology 2025. doi:10.1177/01455613251384121
  • Does Olfactory Training Improve Brain Function and Cognition? A Systematic Review. Neuropsychology Review 2023. PubMed
  • Aging and Olfactory Training: A Scoping Review. Innovation in Aging 2024. PMC11176978
  • Olfactory Training Enhances Semantic Verbal Fluency in Healthy Older Adults. PMC 2025. PMC12510804
  • Olfactory training affects brain structure and functional connectivity. PMC 2024. PMC11615909
  • Olfactory dysfunction as biomarker in neurodegenerative diseases. Frontiers in Neuroscience 2024. doi:10.3389/fnins.2024.1505029

I contenuti di questo sito hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del proprio medico.

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