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Alberto Beretta Medico immunologo

Endometriosi: la colpa potrebbe essere (anche) di un batterio intestinale

Dr. Alberto Beretta Aggiornato il 31 Agosto 2026 4 min di lettura

L’endometriosi colpisce circa 190 milioni di donne nel mondo, causa dolore cronico e infertilità, e richiede in media sette-dieci anni per essere diagnosticata. Uno studio pubblicato su Cell Reports Medicine identifica per la prima volta un meccanismo causale preciso: un batterio intestinale produce un metabolita che raggiunge l’utero e spinge le cellule endometriali a proliferare nei posti sbagliati.

In breve

L’endometriosi è una malattia ginecologica ancora in parte misteriosa: il tessuto che normalmente riveste l’utero cresce in sedi anomale — ovaie, peritoneo, intestino — causando dolore cronico, irregolarità mestruali e infertilità. Colpisce circa 190 milioni di donne nel mondo, eppure ci vogliono in media sette-dieci anni per arrivare alla diagnosi, che richiede ancora oggi un intervento chirurgico in laparoscopia. Capire cosa la scatena è quindi una priorità medica urgente.

Uno studio cinese appena pubblicato su Cell Reports Medicine porta una risposta inaspettata: nell’intestino. I ricercatori hanno scoperto che le donne con endometriosi hanno nel loro microbiota intestinale quantità elevate di un batterio — Olsenella profusa — che produce una sostanza grassa capace di entrare in circolo nel sangue, raggiungere l’utero e spingere le cellule endometriali a crescere dove non dovrebbero. Non si tratta di una semplice associazione: lo studio dimostra, passo dopo passo, che questo batterio causa direttamente la progressione della malattia nei modelli animali, e che bloccando il meccanismo molecolare che attiva le cellule uterine si blocca anche la crescita delle lesioni.

La scoperta vale doppio: da un lato suggerisce nuovi bersagli terapeutici (il batterio, il metabolita che produce, la proteina che attiva nelle cellule uterine); dall’altro apre la strada a una diagnosi non invasiva. La combinazione di tre semplici misurazioni — il batterio nelle feci e la sostanza grassa nel sangue — identifica le pazienti con endometriosi con un’accuratezza del 98%, superando nettamente il CA125, il marcatore tradizionale. E funziona già nelle fasi iniziali della malattia, quando intervenire fa la differenza.

L’approfondimento

L’endometriosi è una malattia in cui il tessuto endometriale — quello che normalmente riveste la cavità uterina — cresce in sedi anomale: ovaie, peritoneo, vescica, intestino. Questo tessuto ectopico risponde agli ormoni esattamente come l’endometrio normale, sanguina ogni mese, si infiamma e cicatrizza, producendo dolore cronico, aderenze e infertilità. Nonostante colpisca 1 donna su 10 in età riproduttiva, la sua patogenesi rimane in parte oscura — ormoni, sistema immunitario, infiammazione e genetica sono tutti implicati, ma nessun meccanismo unificante è mai stato pienamente dimostrato.

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Il gruppo di ricerca cinese aveva già mostrato in passato che il microbioma intestinale delle donne con endometriosi è alterato. Ma identificare una correlazione è diverso da dimostrare un meccanismo. In questo studio il percorso è costruito passo dopo passo. Primo esperimento: il trapianto di microbiota fecale da pazienti con endometriosi a topi modello accelera la crescita delle lesioni ectopiche rispetto ai topi che ricevono microbiota da donne sane — prova che il microbioma intestinale è causalmente coinvolto. Secondo esperimento: colonizzare i topi con il solo O. profusa produce lo stesso effetto — lesioni più grandi, più pesanti e più infiammate — dimostrando che questo specifico batterio è sufficiente a guidare la progressione della malattia.

Ma come ci arriva un batterio intestinale a influenzare l’utero? Attraverso un metabolita che produce: la lisofospatidilcolina 16:0 (LPC 16:0), una molecola grassa appartenente alla famiglia dei fosfolipidi. O. profusa possiede nel suo genoma un enzima — una fosfolipasi chiamata Op-PLA2 — che taglia un fosfolipide comune (la fosfatidilcolina, abbondante nelle membrane cellulari) producendo LPC 16:0. Questa molecola entra in circolo, raggiunge le cellule dello stroma endometriale — le cellule connettivali che formano il tessuto di supporto dell’endometrio — e le attiva. Il terzo esperimento lo conferma: somministrare LPC 16:0 direttamente ai topi, senza alcun batterio, produce le stesse lesioni.

Una volta dentro la cellula stromale endometriale, LPC 16:0 attiva una proteina chiamata SPP1, nota anche come osteopontina — una glicoproteina normalmente coinvolta nella riparazione dei tessuti e nella risposta immunitaria, ma che in questo contesto diventa un acceleratore patologico. SPP1 a sua volta innesca una cascata di segnali intracellulari — il pathway PI3K-AKT, uno dei principali interruttori molecolari della proliferazione e sopravvivenza cellulare — che spinge le cellule endometriali a moltiplicarsi e a spostarsi fuori dalla loro sede naturale. Quando i ricercatori hanno silenziato SPP1 geneticamente, sia nelle cellule in coltura che nei topi, l’effetto di LPC 16:0 è scomparso completamente: niente SPP1, niente lesioni.

La catena causale è quindi: O. profusa nell’intestino → produce LPC 16:0 tramite la sua fosfolipasi → LPC 16:0 entra nel sangue → nelle cellule uterine attiva SPP1 → SPP1 accende il segnale PI3K-AKT → le cellule proliferano e migrano → si formano le lesioni ectopiche.

Sul fronte diagnostico, il dato dell’AUC 0,9799 per la combinazione dei tre biomarker (abbondanza di O. profusa nelle feci, LPC 16:0 nelle feci, LPC 16:0 nel siero) è notevole. L’AUC — area sotto la curva ROC — è la misura standard dell’accuratezza diagnostica di un test: un valore di 1,0 è la perfezione, 0,5 è casuale. Il CA125, il marcatore tumorale oggi più usato per l’endometriosi, ha prestazioni molto inferiori in questa coorte. E la combinazione dei tre nuovi biomarker funziona già nelle pazienti con endometriosi di stadio I/II — proprio quelle in cui la diagnosi laparoscopica è più difficile da giustificare e dove intercettare la malattia cambierebbe il decorso per milioni di donne.

Il punto di vista di SoLongevity

L’asse intestino-utero delineato da questo studio è un esempio potente di come il microbioma intestinale influenzi organi lontani attraverso metaboliti circolanti — un meccanismo che in SoLongevity monitoriamo con attenzione crescente. L’endometriosi non è una malattia cronica di impatto sulla longevità nel senso stretto, ma il dolore cronico, l’infiammazione sistemica e l’impatto sulla qualità della vita che porta con sé sono esattamente il tipo di condizioni che un approccio preventivo e personalizzato può intercettare prima che si stabilizzino. La composizione del microbioma intestinale è uno dei parametri che valutiamo nei nostri protocolli di salute preventiva.

Fonti 

Chen Y et al. “Gut commensal Olsenella profusa promotes endometriosis via lysophosphatidylcholine metabolite.” Cell Reports Medicine 7:102970 (2026). https://doi.org/10.1016/j.xcrm.2026.102970

I contenuti di questo sito hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del proprio medico.

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