Durante le ondate di COVID, le morti per cancro aumentavano in sincronia con quelle da COVID. Non abbastanza per essere spiegate dai decessi diretti o dai ritardi nelle diagnosi. Qualcosa d’altro stava succedendo. Un nuovo studio pubblicato su Nature risponde: le infezioni respiratorie virali “svegliano” le cellule tumorali dormienti nei polmoni. E il meccanismo è preciso, brutale e — una volta capito — prevenibile.
In breve
Fedeli e colleghi, ricercatori dell’Azienda Zero del Veneto insieme all’American Cancer Society, hanno analizzato 1,37 milioni di decessi correlati al cancro negli Stati Uniti nel 2020-2021. La scoperta centrale: dopo vent’anni di declino continuo, la mortalità per cancro ha invertito la tendenza durante la pandemia, con un aumento dell’1,6% annuo. I tumori più colpiti sono stati quelli ematologici (+4,8%) e il tumore della prostata (+5,1%). Il dettaglio più inquietante è temporale: le morti per cancro non aumentavano in modo uniforme, ma a ondate — in perfetta sincronia con i picchi pandemici da COVID. Come se qualcosa nel virus stesso accelerasse i tumori già esistenti.
L’ipotesi è ora dimostrata. Chia, Johnson e colleghi dell’Università del Colorado — in un articolo appena pubblicato su Nature — hanno mostrato nei topi che sia il virus influenzale che SARS-CoV-2 “risvegliano” le cellule tumorali quiescenti nei polmoni entro pochi giorni dall’infezione. Nel giro di due settimane, la massa tumorale polmonare aumenta di 100-1.000 volte. L’effetto persiste anche 9 mesi dopo l’infezione. Il meccanismo chiave è l’interleuchina-6 (IL-6): la citochina infiammatoria prodotta massicciamente durante le infezioni respiratorie rompe lo stato di quiescenza delle cellule tumorali e le spinge a proliferare. I dati umani lo confermano: nell’enorme UK Biobank, i sopravvissuti al cancro che avevano contratto SARS-CoV-2 avevano una mortalità da cancro significativamente superiore rispetto a quelli non infettati. Tra le donne con tumore al seno (dati Flatiron Health, 36.845 pazienti), chi aveva avuto il COVID aveva il 44% di probabilità in più di sviluppare metastasi polmonari.
La conclusione pratica è diretta: la vaccinazione antinfluenzale e anti-COVID non protegge solo dall’infezione respiratoria acuta. Per chi ha avuto un tumore — o per chi convive con un rischio oncologico elevato — riduce attivamente il rischio di riattivazione di cellule tumorali dormienti. Non è un’ipotesi teorica: è ora supportata da dati sperimentali precisi e da studi epidemiologici su centinaia di migliaia di persone. Come argomento in Saremo tutti centenari, la prevenzione non è mai un atto isolato — e questo studio è uno degli esempi più convincenti di quanto sia sistemica.
L’approfondimento
Le cellule tumorali dormienti: il nemico silenzioso
Quando un tumore viene trattato con successo — chirurgia, chemioterapia, immunoterapia — alcuni pazienti ottengono una remissione completa. Ma in molti casi, un piccolo numero di cellule tumorali sfugge al trattamento, migra verso altri organi (soprattutto polmoni, fegato, osso) e lì entra in uno stato di quiescenza. Non crescono, non formano metastasi visibili, ma sono vive. Possono restare in questo stato di “dormienza” per anni o decenni. È per questo che i tumori “recidivano” anche a grande distanza dalla diagnosi iniziale — la dormienza si rompe, le cellule ricominciano a moltiplicarsi. Capire cosa rompe questa quiescenza è una delle frontiere più importanti dell’oncologia moderna.
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Come l’influenza sveglia le cellule dormienti: il meccanismo molecolare
Il lavoro di Chia e colleghi usa modelli sperimentali (nei topi) di cancro al seno con metastasi polmonari dormienti, convalidati in tre diversi sistemi cellulari. L’infezione influenzale causa immediatamente una tempesta infiammatoria polmonare con massicci aumenti di IL-6, interferoni, e attivazione di neutrofili, macrofagi e linfociti T. L’IL-6, attraverso la cascata JAK-STAT3, rompe lo stato mesenchimale (dormiente) delle cellule tumorali e le spinge verso uno stato ibrido mesenchimale-epiteliale che favorisce la proliferazione. Contemporaneamente, le cellule tumorali risvegliate upregolano PDL-1 (il checkpoint immunitario che dice “non attaccarmi”) e downregolano i meccanismi di presentazione antigenica — diventando meno visibili al sistema immunitario. Nel frattempo, i linfociti CD4+ vengono condizionati dalla presenza tumorale a sopprimere i CD8+ (i linfociti citotossici che dovrebbero eliminare le cellule tumorali). Il risultato è una combinazione devastante: le cellule dormienti si svegliano, proliferano velocemente, e il sistema immunitario che dovrebbe eliminarle è bloccato. L’espansione del carico metastatico è già 100-1.000 volte superiore alla baseline a 15 giorni dall’infezione.
SARS-CoV-2 fa la stessa cosa
I ricercatori hanno testato anche SARS-CoV-2 (versione mouse-adapted, MA10) con risultati sovrapponibili. Questo chiude il cerchio con l’anomalia epidemiologica osservata da Fedeli: se ogni ondata COVID risvegliava le cellule tumorali dormienti di centinaia di migliaia di pazienti in remissione, è plausibile che le morti da cancro aumentassero in sincronia con le ondate non solo per le cause “ovvie” (ritardi di cura, pazienti immunocompromessi), ma anche per questa terza via — la riattivazione biologica della malattia.
Vaccinazione come prevenzione oncologica
Le implicazioni cliniche sono immediate. I farmaci che bloccano IL-6 (tocilizumab, sarilumab) e gli inibitori JAK già approvati per il trattamento del COVID grave rappresentano potenziali strategie protettive per i sopravvissuti al cancro durante le infezioni respiratorie. Ma la strategia più immediata ed efficace è la prevenzione primaria: non contrarre l’infezione, o contrarne una forma attenuata. La vaccinazione antinfluenzale e anti-COVID riduce la gravità dell’infezione e l’entità della risposta infiammatoria — e quindi, secondo questo modello, anche il rischio di riattivazione delle cellule dormienti. Nei pazienti oncologici in remissione, la vaccinazione non dovrebbe essere considerata una misura generica di salute pubblica, ma una componente specifica del follow-up oncologico.
Una precisazione necessaria: non è il vaccino, è l’infezione
Anticipiamo una possibile — e del tutto errata — lettura di questo studio. Qualcuno potrebbe interpretarlo così: “il vaccino anti-COVID fa aumentare i tumori.” È esattamente il contrario di quello che i dati dimostrano.
Lo studio di Fedeli e colleghi mostra che le morti per cancro aumentavano in sincronia con le ondate epidemiche — cioè nei momenti di massima circolazione virale e massima incidenza di infezioni. Non nei periodi di vaccinazione di massa. È l’infezione a scatenare la cascata infiammatoria da IL-6 che risveglia le cellule tumorali dormienti — lo dimostra il modello sperimentale in modo preciso e riproducibile: infezione virale → tempesta infiammatoria → riattivazione tumorale, in pochi giorni. Nessun vaccino è coinvolto in nessuna fase di questo meccanismo.
Il vaccino riduce la probabilità di contrarre l’infezione e, quando questa si verifica comunque, ne attenua la gravità e la risposta infiammatoria sistemica. Meno infiammazione = meno IL-6 = meno rischio di risvegliare cellule tumorali dormienti. La vaccinazione, in questo contesto, è esattamente dalla parte opposta del rischio — è uno dei pochi strumenti disponibili per interrompere la catena causale che questo studio descrive.
I dati epidemiologici lo confermano in modo inequivocabile: il picco di mortalità oncologica coincideva con i picchi di infezione, non con le campagne vaccinali.
Fonti
Fedeli U et al. Changes in cancer-related mortality during the COVID-19 pandemic in the United States. JNCI. 2024;116(1):167–169.
Chia SB, Johnson BJ et al. Respiratory viral infections awaken metastatic breast cancer cells in lungs. Nature. 2025;645:496–507.