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Alberto Beretta Medico immunologo

Non invecchiamo gradualmente. Invecchiamo a ondate. E sappiamo già quando.

Dr. Alberto Beretta Aggiornato il 2 Agosto 2026 3 min di lettura

Pensiamo all’invecchiamento come a una curva che scende lentamente, anno dopo anno. La biologia dice qualcosa di diverso: scende a gradini. E sappiamo già dove sono.

In breve

Uno studio pubblicato su Nature Aging nel 2024 dal gruppo di Michael Snyder alla Stanford University ha analizzato il profilo multi-omico di 108 persone seguite fino a 7 anni, misurando 11.305 caratteristiche biologiche — molecole, proteine, metaboliti, marcatori epigenetici. Il risultato smentisce il modello della curva lineare.

Di tutte le molecole analizzate, solo 749 mostrano un declino graduale. La grande maggioranza subisce cambiamenti non lineari, concentrati in due momenti precisi: intorno ai 44 anni e intorno ai 60 anni. Due ondate biologiche, non una discesa continua.

Come sottolineiamo in Saremo tutti centenari, la medicina della longevità non è medicina per anziani: è medicina per quarantenni che vogliono ancora scegliere come invecchieranno. E questi dati ci dicono esattamente quando la biologia inizia a farlo per noi — se non interveniamo prima.

L’approfondimento

Lo studio di Shen et al. (Nature Aging, 2024) è metodologicamente insolito: non confronta gruppi di età diverse in un singolo momento, ma segue le stesse persone nel tempo con misurazioni ripetute multi-omiche. È un approccio longitudinale su dati ad altissima dimensionalità — 11.305 variabili biologiche per persona, rilevate a intervalli regolari per anni. Questo permette di vedere non solo cosa cambia con l’età, ma quando e con quale dinamica.

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Il risultato principale — la non-linearità — è emerso dall’analisi della distribuzione temporale dei cambiamenti: invece di distribuirsi uniformemente lungo la traiettoria di vita, i cambiamenti molecolari si addensano in cluster temporali precisi. Due picchi emergono con robustezza statistica: uno nella fascia 42–46 anni e uno nella fascia 58–62 anni.

L’ondata dei 44 anni — i segnali precoci invisibili.

I cambiamenti della prima ondata coinvolgono principalmente il metabolismo e il rischio cardiovascolare precoce. Cala la capacità di metabolizzare l’alcol e la caffeina — segno che il fegato e gli enzimi epatici cominciano a rispondere diversamente. Aumentano i livelli di fenilalanina, un aminoacido associato a infiammazione sistemica e disfunzione cardiaca precoce. Si osservano le prime alterazioni nel metabolismo dei lipidi e nella coagulazione. Inizia il declino della stabilità muscolare e cutanea — processi che si manifesteranno clinicamente solo anni dopo.

Questi sono segnali che arrivano spesso un decennio prima delle manifestazioni cliniche. A 44 anni, nessun medico noterebbe nulla di anomalo a un esame standard. Ma il profilo multi-omico già registra lo spostamento.

L’ondata dei 60 anni — il salto sistemico.

La seconda ondata è più ampia e coinvolge funzioni sistemiche multiple in modo simultaneo. Si osserva una rapida disregolazione del sistema immunitario — immunosenescenza accelerata, con perdita dell’efficienza delle cellule NK e dei linfociti T. Peggiorano bruscamente il metabolismo dei carboidrati e la sensibilità insulinica, con aumento del rischio di diabete tipo 2. Declina la funzione renale in modo misurabile. Il rischio cardiovascolare accelera. Le difese antiossidanti cedono in modo significativo.

Il dato più inatteso: in questa stessa fase, aumenta l’autofagia — il processo cellulare di pulizia e riciclaggio. L’interpretazione biologica è quella di un organismo che, dopo i 60, attiva al massimo le squadre di manutenzione cellulare proprio perché i sistemi di protezione primaria stanno cedendo. È una risposta compensatoria, non un segno di salute: la pulizia si intensifica perché l’accumulo di danni ha raggiunto una soglia critica.

Perché questo cambia il modo di pensare alla prevenzione.

Se l’invecchiamento fosse lineare, la logica della prevenzione sarebbe semplice: intervenire prima possibile e in modo costante. Ma se procede per ondate, la strategia cambia: le due finestre critiche — 40–45 anni e 58–62 anni — sono i momenti in cui il monitoraggio biologico è più informativo e l’intervento più efficace. Non perché dopo sia troppo tardi, ma perché prima dell’ondata i segnali sono ancora deboli e l’intervento ha il massimo margine di azione.

Questo studio trasforma la prevenzione da concetto vago a progetto temporale preciso: sapere che a 44 anni il metabolismo lipidico e la coagulazione stanno cambiando silenziosamente significa che è esattamente lì che ha senso misurare, correggere lo stile di vita, aggiustare la nutrizione — prima che i cambiamenti molecolari si traducano in rischio clinico manifesto. È la differenza tra leggere le crepe nei muri prima del terremoto e chiamare i soccorsi dopo.

La connessione con le tecnologie omiche discusse nel post precedente è diretta: senza proteomica, metabolomica ed epigenomica integrate, questi segnali restano invisibili. Con esse, diventano misurabili — e intervenibili.

Il punto di vista di SoLongevity

Nella ricerca SoLongevity, l’identificazione precoce dei marcatori di rischio nelle due fasi critiche — 40–45 anni e 60–65 anni — è uno degli obiettivi centrali dello sviluppo di programmi di monitoraggio biologico longitudinale. Non si tratta di trovare malattie in anticipo: si tratta di intercettare le ondate biologiche prima che arrivino — e di avere il tempo di cambiarne la forma.

Fonte 

Shen X et al., “Nonlinear dynamics of multi-omics profiles during human aging.” Nature Aging. 2024;4(11):1619–1634.

I contenuti di questo sito hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del proprio medico.

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