I giornali italiani ne parlano oggi, e a ragione: il tumore del colon-retto, considerato per decenni una malattia della terza età, sta diventando sempre più frequente nei quarantenni e perfino nei trentenni. Un nuovo studio su Nature Medicine offre per la prima volta una spiegazione biologica: le generazioni più recenti invecchiano più in fretta — e questo accelera il rischio oncologico.
In breve
Da anni i ricercatori documentano un paradosso: il cancro al colon, al polmone, all’utero e ad altri organi sta colpendo persone sempre più giovani, con un’incidenza che cresce di decennio in decennio. Una revisione pubblicata su Nature Reviews Gastroenterology & Hepatology da Murphy e Zaki aveva descritto questo “effetto coorte di nascita“: chi è nato dopo il 1950 ha un rischio progressivamente più alto di cancro colorettale rispetto alle generazioni precedenti — fino al doppio per chi è nato negli anni ’80 e ’90. I fattori di rischio classici (dieta, obesità, sedentarietà) ne spiegano solo una parte. Qualcosa di più profondo stava sfuggendo.
Ora Tian, Cao e colleghi di Washington University e Harvard, in uno studio appena pubblicato su Nature Medicine, trovano una possibile risposta: le generazioni recenti hanno un’età biologica più avanzata rispetto all’età anagrafica. Analizzando 154.169 adulti del UK Biobank e 10.262 del programma americano All of Us, i ricercatori hanno misurato l'”age gap” — cioè la differenza tra età biologica e età cronologica — e hanno scoperto che questo divario cresce sistematicamente con ogni coorte di nascita. Chi è nato tra il 1965 e il 1974 ha un age gap biologico del 23% superiore a chi è nato nel 1950-1954. Nel campione americano, chi è nato tra il 1990 e il 1999 ha un age gap addirittura del 92% superiore a chi è nato tra il 1965 e il 1969.
E questo conta: ogni incremento standard nell’age gap biologico si traduce in un aumento dell’8% del rischio di cancro solido in età precoce (HR 1,08; IC 95% 1,03-1,13), con un effetto particolarmente marcato su polmone (HR 1,57), tumori gastrointestinali (HR 1,17), colon-retto (HR 1,14) e utero (HR 1,31). L’invecchiamento biologico accelerato non è solo un marcatore — sembra essere un meccanismo.
L’approfondimento
Il concetto di “age gap” è centrale nello studio di Tian et al. L’età biologica non è l’età anagrafica: due persone di 45 anni possono avere profili biologici molto diversi, che riflettono l’accumulo di esposizioni, stili di vita, stress e fattori ambientali nel corso della vita. L’age gap — positivo quando si è biologicamente “più vecchi” del proprio certificato di nascita — è misurabile con algoritmi come il PhenoAge, basato su nove biomarker ematici di routine: albumina, creatinina, glucosio, proteina C reattiva, percentuale di linfociti, volume corpuscolare medio, ampiezza di distribuzione dei globuli rossi, fosfatasi alcalina e conta leucocitaria. Non servono esami esotici: sono gli stessi parametri di un emocromo con formula e di un pannello biochimico standard.
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Il risultato chiave — che l’associazione tra age gap e rischio oncologico rimane solida anche dopo aggiustamento per predisposizione genetica all’invecchiamento e al cancro — suggerisce che stiamo misurando qualcosa di indipendente dal patrimonio genetico: un effetto cumulativo dell’esposizione ambientale e dello stile di vita.
Ancora più preciso è il dato sull’invecchiamento organo-specifico, misurato tramite proteomica plasmatica. Il tessuto adiposo che invecchia più rapidamente è associato a un rischio di cancro colorettale precoce di HR 1,60 (IC 95% 1,11-2,32) — un dato che si sposa perfettamente con l’ipotesi di Murphy e Zaki sulle chemochine infiammatorie e sull’ambiente pro-tumorale creato dal grasso viscerale invecchiato. Il sistema immunitario che invecchia troppo in fretta, invece, si associa al cancro polmonare precoce (HR 1,89). Sistemi biologici diversi invecchiano a velocità diverse, e il tipo di invecchiamento organo-specifico determina il tipo di cancro a cui si è maggiormente vulnerabili.
Il filo che unisce i due studi è dunque questo: la rivoluzione industriale del dopoguerra — con i suoi prodotti chimici, gli alimenti ultra-processati, l’inquinamento, i farmaci prescritti in gravidanza, i “forever chemicals” nei materiali di uso quotidiano — ha accelerato l’invecchiamento biologico delle generazioni successive. Questo invecchiamento precoce non è visibile allo specchio, non produce sintomi, ma si misura nel sangue. E predice il cancro.
Il punto di vista di SoLongevity
In SoLongevity misuriamo l’età biologica come parte centrale del nostro protocollo di valutazione della salute. I dati di Tian et al. rafforzano la nostra convinzione che questa misurazione potrebbero diventare in un futuro vicino uno strumento di prevenzione oncologica attiva, non solo di longevità generica. Un age gap biologico elevato in un adulto di 40 anni non è un dato accademico: è un segnale che qualcosa nel suo processo di invecchiamento cellulare sta accelerando — e che il rischio di sviluppare un cancro in età precoce è aumentato. Intervenire su questo gap, con strategie mirate su infiammazione, metabolismo del tessuto adiposo e salute immunitaria, potrebbe essere la prevenzione oncologica del futuro.
Fonti
Tian R et al. “Biological aging and generational shifts in early-onset cancer risk.” Nature Medicine (2026). https://doi.org/10.1038/s41591-026-04448-w
Murphy CC, Zaki TA. “Changing epidemiology of colorectal cancer — birth cohort effects and emerging risk factors.” Nature Reviews Gastroenterology & Hepatology 21:25–34 (2024). https://doi.org/10.1038/s41575-023-00841-9