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Alberto Beretta Medico immunologo

Amiloide, tau e neuroinfiammazione: quando la difesa perde il ritmo.

Dr. Alberto Beretta Aggiornato il 6 Agosto 2026 3 min di lettura

Per decenni abbiamo cercato di sconfiggere l’Alzheimer eliminando le placche di amiloide. I risultati ci hanno insegnato qualcosa di fondamentale: l’amiloide non è il solo colpevole.

In breve

La β-amiloide e la proteina tau non sono, in origine, molecole patologiche. Sono entrambe presenti nel cervello sano e svolgono funzioni fisiologiche. Il problema nasce quando cambiano stato e comportamento: le forme solubili di β-amiloide diventano tossiche soprattutto per le sinapsi, interferendo con la trasmissione del segnale e la plasticità. La tau alterata compromette il traffico interno del neurone e la stabilità delle connessioni. Questi cambiamenti attivano la microglia, che riconosce amiloide e tau come segnali di pericolo. In condizioni acute, questa risposta è protettiva. Quando l’attivazione diventa cronica, la microglia entra in uno stato di neuroinfiammazione persistente: sinapsi ancora funzionali vengono eliminate, il supporto degli astrociti si riduce, la rete neurale perde coerenza.

La malattia, quindi, non è solo “accumulo di spazzatura” — è il collasso di un sistema di manutenzione che non riesce più a fare il suo lavoro.

Come sottolineiamo in Saremo tutti centenari: ciò che distingue un cervello che invecchia bene da uno che declina non è solo la quantità di amiloide presente, ma la capacità del sistema di rispondere, contenere e riprendersi. Un obiettivo su cui la prevenzione può ancora molto.

L’approfondimento

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La β-amiloide: da molecola fisiologica a segnale di pericolo.

La β-amiloide deriva dalla proteolisi di una proteina di membrana presente su molti tipi cellulari. Nel cervello sano viene prodotta e altrettanto continuamente eliminata — attraverso il sistema glinfatico, la degradazione enzimatica e la clearance microgliale. Nell’Alzheimer questo equilibrio si rompe: i frammenti amiloidi si accumulano e le loro forme solubili oligomeriche — non le grandi placche visibili all’autopsia, ma i piccoli aggregati intermedi — sono le più tossiche per le sinapsi. Questo spiega in parte perché i farmaci che rimuovono le placche non sempre producono i benefici cognitivi attesi.

La proteina tau: quando l’impalcatura interna collassa.

Tau stabilizza i microtubuli assonali — le strutture lungo cui i neuroni trasportano molecole verso i terminali sinaptici. Nell’Alzheimer viene iperfosforilata, si stacca dai microtubuli e si aggrega in grovigli neurofibrillari. Il trasporto assonale si deteriora, le sinapsi non vengono più rifornite e muoiono. La progressione di questi grovigli segue un percorso stereotipato — dall’ippocampo verso la corteccia — che corrisponde abbastanza fedelmente alla progressione clinica dei sintomi.

La microglia: dal guardiano al problema.

La microglia tenta inizialmente di fagocitare gli aggregati amiloidi — risposta adattativa. Ma l’attivazione cronica produce citochine pro-infiammatorie che diventano esse stesse neurotossiche, e un pruning sinaptico eccessivo che elimina connessioni ancora funzionali. È lo stesso meccanismo dell’inflammaging applicato al cervello: una risposta immunitaria inizialmente protettiva che, quando non si spegne, diventa danno.

Perché l’ipotesi amiloide da sola non basta.

L’Alzheimer non ha un solo meccanismo. È la convergenza di accumulo proteico aberrante, fallimento dei sistemi di clearance e neuroinfiammazione cronica. Intervenire su uno solo di questi livelli non è sufficiente se gli altri restano disfunzionali — e questo apre la porta a strategie preventive multitarget: ridurre l’infiammazione sistemica, migliorare il sonno (il sistema glinfatico funziona principalmente durante il sonno profondo), proteggere la salute vascolare e sinaptica.

Il punto di vista di SoLongevity

Nel programma longevità di SoLongevity, la valutazione del rischio neurodegenerativo include marcatori di neuroinfiammazione sistemica, profilo metabolico e vascolare, e valutazione genetica del rischio (ApoE4) — perché comprendere quale dei tre processi è più vulnerabile in uno specifico individuo permette di costruire una strategia preventiva su misura, e non generica.

Fonte 

Knopman DS et al., “Alzheimer disease.” Nat Rev Dis Primers. 2021;7(1):33.

I contenuti di questo sito hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del proprio medico.

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