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Alberto Beretta Medico immunologo

La dieta anti-infiammatoria protegge il cervello anche in chi ha già i biomarcatori dell’Alzheimer nel sangue — lo dice uno studio su 1.865 persone seguito per 15 anni

Dr. Alberto Beretta Aggiornato il 2 Agosto 2026 4 min di lettura

“Non è solo prevenzione per chi è sano: mangiare in modo anti-infiammatorio riduce il rischio di demenza anche in chi porta già nel sangue i segni precoci della patologia di Alzheimer.”

In breve

Uno studio pubblicato su JAMA Network Open (giugno 2026) ha seguito 1.865 anziani svedesi senza demenza per fino a 15 anni, misurando i livelli ematici di tre biomarcatori di patologia cerebrale (p-tau217, neurofilamento NfL, GFAP) e la qualità della dieta nel tempo. Sono stati confrontati tre pattern alimentari: la dieta mediterranea, l’AHEI (un indice di alimentazione sana basato sui nutrienti cardioprotettivi, simile alla mediterranea) e un indice di dieta anti-infiammatoria. Risultato principale: solo la dieta anti-infiammatoria riduceva il rischio di demenza anche nelle persone con biomarcatori già elevati — cioè in chi aveva già nel sangue i segni biologici precoci dell’Alzheimer. La dieta mediterranea e l’AHEI proteggevano prevalentemente chi aveva biomarcatori bassi. È la prima volta che si dimostra questo effetto “a cascata biologica già avviata”.

L’approfondimento

Lo studio e i biomarcatori: come si misura il rischio biologico di Alzheimer nel sangue

Lo studio SNAC-K (Swedish National Study on Aging and Care in Kungsholmen) è una delle coorti di invecchiamento più rigorose al mondo. I ricercatori del Karolinska Institutet hanno incluso 1.865 partecipanti ultra-sessantenni (età media 70.5 anni, 60% donne) senza demenza al baseline, seguiti con rivalutazioni ogni 3-6 anni per un massimo di 15 anni. Durante il follow-up, 240 persone hanno sviluppato demenza.

La novità metodologica centrale è l’uso di tre biomarcatori ematici misurati all’ingresso nello studio, che riflettono diversi aspetti del rischio neurologico:

Il p-tau217 (tau fosforilata alla treonina 217) è oggi considerato il biomarcatore ematico più accurato per la patologia specifica dell’Alzheimer: correla strettamente con la positività alla PET amiloide e tau, e identifica la fase presintomatica della malattia con alta specificità. Il NFL (neurofilamento a catena leggera) è un marcatore aspecifico di danno neuronale — sale in tutte le condizioni che provocano degenerazione delle fibre nervose. Il GFAP (proteina acida fibrillare gliale) riflette l’attivazione o il danno degli astrociti, le cellule di supporto del cervello, ed è elevato in condizioni infiammatorie e neurodegenerative.

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I partecipanti con biomarcatori elevati avevano caratteristiche attese: più anziani, più comorbidità, meno attività fisica, e — dato rilevante — qualità della dieta significativamente peggiore rispetto a chi aveva biomarcatori bassi.

Tre diete a confronto: quale fa la differenza e per chi

I ricercatori hanno valutato l’aderenza a tre pattern dietetici consolidati in letteratura, misurata ripetutamente nel tempo:

La dieta mediterranea alternata (AMED) privilegia verdure, legumi, frutta, cereali integrali, pesce, olio d’oliva, moderato consumo di alcol e ridotto consumo di carne rossa. L’Alternative Healthy Eating Index (AHEI) è costruito sui nutrienti e alimenti associati alla salute cardiovascolare: simile alla mediterrranea ma con peso specifico su acidi grassi omega-3, noci, verdure e restrizione di bevande zuccherate e carni processate. Il reversed Empirical Dietary Inflammatory Index (rEDII) è un indice che quantifica il potenziale anti-infiammatorio complessivo della dieta: punteggio alto = dieta a bassa infiammazione sistemica.

Il risultato più importante dello studio riguarda proprio il rEDII. Ogni aumento di un punto (z-score) nell’aderenza a una dieta anti-infiammatoria si associava a una riduzione del rischio di demenza statisticamente significativa anche nei soggetti con biomarcatori elevati: HR 0.71 per chi aveva p-tau217 alta (riduzione del 29% del rischio), HR 0.79 per chi aveva NfL elevato (−21%), HR 0.73 per chi aveva GFAP elevato (−27%). Tutti valori con p significativo e intervalli di confidenza che non includono 1.

Per la dieta mediterranea e l’AHEI il pattern era opposto: protezione significativa nei partecipanti con biomarcatori bassi, ma associazioni non significative o attenuate in chi aveva già biomarcatori elevati. In altri termini, questi pattern sembrano agire prevalentemente come strumenti di prevenzione primaria — efficaci quando il danno biologico non è ancora instaurato.

Il significato clinico: non è mai troppo tardi per la dieta anti-infiammatoria

Questa distinzione ha implicazioni pratiche importanti. La maggior parte degli studi precedenti sulla dieta e il rischio di demenza non stratificava per biomarcatori — trattava tutti i soggetti come omogenei. Questo studio dimostra invece che la biologia del singolo individuo modifica l’efficacia delle strategie dietetiche. Chi è già in una fase presintomatica dell’Alzheimer (biomarcatori elevati) non è necessariamente al di là del punto di non ritorno: una dieta a basso indice infiammatorio può ancora rallentare la progressione verso la demenza clinica.

L’infiammazione cronica di bassa intensità (inflammaging) è uno dei meccanismi attraverso cui la patologia amiloide e tau accelera il danno neuronale — e l’effetto specifico del rEDII in questa popolazione ad alto rischio è biologicamente coerente con questa ipotesi. Ridurre il substrato infiammatorio sistemico potrebbe smorzare l’accelerazione del danno neurologico anche quando la cascata amiloidogenica è già in moto.

Da notare: lo studio è osservazionale, non dimostra causalità, e la dieta era autoriferita tramite questionario. La replicazione in trial randomizzati rimane necessaria. Ma la dimensione del campione, la lunghezza del follow-up, l’uso di biomarcatori validati e la coerenza dei risultati nelle analisi di sensibilità rendono questo lavoro metodologicamente solido.

Il punto di vista di SoLongevity

Questo studio rafforza una visione che in SoLongevity consideriamo fondamentale: la prevenzione non è binaria — “sei a rischio o non lo sei” — ma graduata e modificabile. Il profilo infiammatorio della dieta è misurabile, personalizzabile e intervenibile a qualsiasi età e in qualsiasi fase del rischio biologico. Integrare la valutazione dei biomarcatori ematici di rischio neurologico con l’analisi del pattern alimentare è esattamente il tipo di approccio precision medicine che dovrebbe diventare parte dei percorsi di prevenzione standard. La domanda non è “mangio sano?”, ma “la mia dieta è anti-infiammatoria abbastanza da contrastare il mio livello di rischio biologico personale?”

Fonte

Mrhar A, Carballo-Casla A, Grande G et al., “Diet Quality and Dementia Risk in Older Adults With Alzheimer Pathology”, JAMA Network Open. 2026;9(6):e2620254. DOI: 10.1001/jamanetworkopen.2026.20254

I contenuti di questo sito hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del proprio medico.

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