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Alberto Beretta Medico immunologo

 L’infarto non è un tubo che si ostruisce. È un’infiammazione che esplode.

Dr. Alberto Beretta Aggiornato il 2 Agosto 2026 3 min di lettura

“La placca aterosclerotica assomiglia a un brufolo. Non è la dimensione che la rende pericolosa. È quello che ha dentro.”

In breve

Per decenni l’aterosclerosi è stata spiegata come un problema idraulico: grassi che si accumulano, arterie che si restringono, flusso che diminuisce. Oggi sappiamo che questa immagine è incompleta. L’aterosclerosi è una malattia infiammatoria cronica della parete vascolare. La maggior parte degli infarti non è causata dall’ostruzione progressiva di un’arteria, ma dalla rottura improvvisa di una placca piccola, fragile e infiammata. La prova più potente è arrivata con lo studio CANTOS: bloccare selettivamente una molecola dell’infiammazione ha ridotto infarto, ictus e mortalità cardiovascolare — senza toccare il colesterolo. L’infiammazione non è solo una conseguenza dell’aterosclerosi. Ne è il meccanismo centrale.

L’approfondimento

La placca come lesione infiammatoria

La placca aterosclerotica non è un deposito passivo di grasso sulla parete dei vasi. È una struttura biologicamente attiva: ha un nucleo centrale ricco di lipidi, cellule immunitarie — in particolare macrofagi trasformati in “cellule schiumose” — e materiale infiammatorio, il tutto coperto da una capsula fibrosa. Finché la capsula è spessa e stabile, la placca può restare silente per anni, anche decenni, senza mai causare sintomi. Il problema emerge quando la capsula si assottiglia — sotto la spinta di citochine infiammatorie che ne degradano la struttura — e si rompe.

In quel momento, il contenuto infiammatorio della placca entra in contatto con il sangue circolante, attiva la cascata della coagulazione e forma un trombo in pochi minuti. È questo il meccanismo responsabile di oltre il 95% degli infarti miocardici acuti: non un’ostruzione progressiva misurabile, ma la rottura improvvisa di una placca che spesso non era nemmeno particolarmente grande. Le placche più pericolose sono spesso quelle con nucleo lipidico abbondante e capsula sottile — non le più ostruttive.

Lo studio CANTOS: la prova del concetto

Nel 2017 il New England Journal of Medicine ha pubblicato i risultati dello studio CANTOS, condotto da Paul Ridker e colleghi su oltre 10.000 pazienti con pregresso infarto e livelli elevati di Proteina C-Reattiva ad alta sensibilità (hs-CRP). L’intervento era il canakinumab, un anticorpo monoclonale che inibisce selettivamente l’interleuchina-1β — una delle principali molecole dell’infiammazione vascolare. Il colesterolo LDL non veniva toccato.

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I risultati: riduzione significativa di infarto, ictus e mortalità cardiovascolare nel gruppo trattato rispetto al placebo. Per la prima volta uno studio clinico su larga scala dimostrava che ridurre selettivamente l’infiammazione — senza modificare i lipidi — riduce gli eventi cardiovascolari. La “risposta infiammatoria” non è solo un marcatore di rischio: è un bersaglio terapeutico autonomo.

Come spesso accade nelle grandi scoperte, c’era anche un risultato non cercato: i pazienti trattati con canakinumab mostravano una riduzione marcata dell’incidenza e della mortalità per tumore del polmone. Non era l’obiettivo primario dello studio, ma proprio per questo il dato era difficile da ignorare. Cuore e cancro non sono mondi separati — condividono lo stesso ecosistema infiammatorio cronico, e un intervento su quel ecosistema può avere effetti su entrambi.

L’hs-CRP come termometro vascolare

Lo strumento pratico per monitorare lo stato infiammatorio vascolare è la Proteina C-Reattiva misurata con metodica ad alta sensibilità (hs-CRP). Valori stabilmente inferiori a 1 mg/L indicano bassa infiammazione e maggiore stabilità delle placche. Valori compresi tra 1 e 3 mg/L segnalano un rischio intermedio. Valori superiori a 3 mg/L in assenza di cause acute (infezioni, traumi) suggeriscono un’infiammazione cronica sistemica associata a rischio cardiovascolare aumentato. Non è un numero di laboratorio come gli altri: è la “temperatura biologica” delle arterie — e, come abbiamo visto, anche di altri sistemi.

Il punto di vista di SoLongevity

Nel pannello longitudinale di monitoraggio cardiovascolare di SoLongevity, l’hs-CRP è un indicatore di prima linea: non valutato una volta come dato isolato, ma seguito nel tempo per rilevare tendenze, rispondere agli interventi di stile di vita e orientare decisioni preventive più precise. Ridurre l’infiammazione cronica non è un obiettivo estetico — è uno dei meccanismi centrali attraverso cui si allunga la finestra di salute cardiovascolare.

Fonte

Ridker PM, Everett BM, Thuren T et al., “Antiinflammatory therapy with canakinumab for atherosclerotic disease”, New England Journal of Medicine. 2017;377(12):1119–1131. DOI: 10.1056/NEJMoa1707914

I contenuti di questo sito hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del proprio medico.

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