Oggi oltre 55 milioni di persone nel mondo vivono con una demenza. Entro il 2050 potrebbero essere 130 milioni. Non è un’emergenza futura. È già presente — nelle famiglie, negli ospedali, nelle comunità.
In breve
Viviamo più a lungo che in qualsiasi altra epoca della storia. Ma questo tempo in più porta con sé nuove sfide: tra queste, la crescita delle malattie neurodegenerative occupa un posto centrale. I dati dell’OMS parlano chiaro: oltre 55 milioni di persone convivono oggi con una forma di demenza, con proiezioni che superano i 130 milioni entro il 2050. In Italia, l’Istituto Superiore di Sanità stima oltre 1,2 milioni di persone con demenza e circa 3 milioni tra familiari e caregiver direttamente coinvolti. Le forme più diffuse sono la malattia di Alzheimer (60–80% dei casi) e la demenza vascolare (17–30%). Le donne sono colpite più degli uomini — circa il 60–65% dei casi — e non soltanto per la maggiore longevità femminile.
Questi numeri non servono a creare allarme. Servono a spostare la prospettiva: le malattie neurodegenerative non iniziano con la perdita improvvisa di neuroni. Iniziano con alterazioni graduali della connettività sinaptica, del metabolismo energetico e dell’equilibrio infiammatorio — spesso anni, a volte decenni, prima che la malattia diventi clinicamente visibile.
Come sottolineiamo in Saremo tutti centenari: questo significa che esiste un ampio spazio di intervento preventivo. Non per promettere certezze, ma per riconoscere possibilità reali — rallentare, compensare, adattare — con consapevolezza e strumenti adeguati.
L’approfondimento
I numeri: scala e composizione.
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La demenza non è una singola malattia ma un insieme di sindromi caratterizzate dal deterioramento progressivo delle funzioni cognitive — memoria, linguaggio, orientamento, capacità di giudizio — con impatto sulla vita quotidiana. Le due forme principali sono la malattia di Alzheimer, che rappresenta tra il 60 e l’80% di tutti i casi, e la demenza vascolare, causata da eventi cerebrovascolari e ischemie che danneggiano progressivamente il tessuto cerebrale.
Le proiezioni pubblicate su The Lancet Public Health dal gruppo GBD 2019 stimano che il numero di persone con demenza nel mondo passerà da circa 57 milioni nel 2019 a oltre 152 milioni nel 2050 — un incremento guidato principalmente dall’invecchiamento demografico nelle economie a reddito medio e basso, dove l’aspettativa di vita è cresciuta più rapidamente delle infrastrutture sanitarie per gestirne le conseguenze.
Perché le donne sono più colpite.
La disparità di genere nella demenza è reale e non si spiega soltanto con la maggiore longevità femminile. Contribuiscono almeno tre fattori distinti.
Il primo è ormonale: gli estrogeni esercitano effetti neuroprotettivi documentati — modulano il metabolismo dell’amiloide, riducono la neuroinfiammazione, sostengono la plasticità sinaptica. La menopausa segna un declino rapido di questa protezione ormonale, in un momento in cui i processi patologici cerebrali possono essere già in corso. Il secondo è genetico: le donne portatrici della variante ApoE4 — il principale fattore di rischio genetico per l’Alzheimer — mostrano un rischio aumentato rispetto agli uomini con la stessa variante, suggerendo interazioni specifiche tra assetto genetico e biologia femminile. Il terzo è storico: le generazioni attualmente colpite dalla demenza hanno avuto in media meno anni di istruzione formale rispetto agli uomini coetanei — e la riserva cognitiva, costruita anche attraverso l’educazione, è uno dei fattori protettivi più documentati contro il declino cognitivo.
Un processo lento, non un evento.
La caratteristica più importante delle malattie neurodegenerative — e quella più rilevante per la prevenzione — è il loro sviluppo silente. Studi di neuroimaging e biomarcatori liquorali hanno mostrato che le alterazioni biologiche caratteristiche dell’Alzheimer (accumulo di amiloide, fosforilazione del tau) iniziano 15–20 anni prima della comparsa dei primi sintomi cognitivi. La perdita sinaptica precede la morte neuronale. La neuroinfiammazione microgliale contribuisce al danno anni prima che la demenza sia clinicamente rilevabile.
Questo non significa che la malattia sia inevitabile. Significa che la finestra preventiva è molto più ampia di quanto si pensi — e che aspettare i sintomi per intervenire significa già aver consumato una parte significativa di quella finestra.
Il 40% dei casi è potenzialmente prevenibile.
La commissione Lancet sulla prevenzione della demenza — i cui aggiornamenti più recenti identificano 14 fattori di rischio modificabili — stima che circa il 40% dei casi di demenza potrebbe essere prevenuto o ritardato intervenendo su questi fattori nel corso della vita. Tra i principali: bassa istruzione nelle prime fasi della vita, ipertensione nella mezza età, perdita dell’udito, obesità, depressione, sedentarietà, fumo, diabete, isolamento sociale, consumo di alcol, inquinamento atmosferico, trauma cranico, ipercolesterolemia e, più recentemente, perdita visiva non corretta.
Non si tratta di cure. Si tratta di riduzione del rischio cumulativo attraverso interventi che iniziano molto prima che la malattia si manifesti.
Il punto di vista di SoLongevity
Nel programma longevità di SoLongevity, la valutazione del rischio neurodegenerativo è parte integrante del profilo di longevità: identificare precocemente i segnali di vulnerabilità cerebrale — metabolici, infiammatori, genetici — permette di costruire strategie di intervento mirate prima che il danno diventi strutturale. Perché il cervello che vogliamo proteggere a 80 anni si decide — in larga misura — nelle scelte che si fanno a 50.
Fonte
GBD 2019 Dementia Forecasting Collaborators, “Estimation of the global prevalence of dementia in 2019 and forecasted prevalence in 2050.” Lancet Public Health. 2022;7(2):e105–e125.