Tra i 21 supercentenari italiani con più di 110 anni, uno solo è maschio. Uno. Non è una coincidenza — è biologia. E la scienza sta finalmente capendo perché.
In breve
In tutto il mondo, le donne vivono più a lungo degli uomini. Ma quando si guarda ai centenari — e ancora di più ai supercentenari — il divario diventa abissale. In Italia, l’81% dei centenari sono donne; tra i supercentenari (≥110 anni): 20 donne, 1 uomo. In Giappone le donne sono l’88% dei centenari; negli Stati Uniti il 78%. Il rapporto globale femmine-maschi tra i centenari è circa 5 a 1 — e si allarga ulteriormente man mano che l’età si avvicina ai limiti estremi della vita umana.
Questo non è un dato demografico: è una firma biologica. E lo studio più recente di Alejandro Lucia, in collaborazione con Claudio Franceschi, offre una delle spiegazioni più convincenti mai proposte: la differenza sta nel sistema immunitario.
Come sottolineiamo in Saremo tutti centenari: le donne centenarie non sono sopravvissute nonostante il loro sistema immunitario — sono sopravvissute grazie a esso. Studiare come funziona è forse la strada più diretta verso una comprensione reale della longevità biologica.
L’approfondimento
Il divario demografico che la biologia deve spiegare.
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I dati sui centenari italiani del 2024 (ISTAT) disegnano un quadro che va ben oltre le differenze di aspettativa di vita media. Se nelle coorti di 65-70 anni il rapporto femmine-maschi è circa 1,2 a 1, tra i centenari diventa 4,3 a 1, tra i semi-supercentenari (105-109 anni) sale a 9 a 1, e tra i supercentenari raggiunge 20 a 1. Non è una curva che si appiattisce: si impenna. Man mano che l’età avanza verso i limiti biologici della specie, il vantaggio femminile non si esaurisce — si moltiplica.
Questo pattern ha implicazioni profonde. Suggerisce che il vantaggio femminile non è semplicemente una questione di stile di vita più sano o di minore rischio comportamentale — fattori che si assottigliano con l’età avanzata quando i sopravvissuti di entrambi i sessi tendono ad essere individui selezionati per comportamenti favorevoli. Il vantaggio cresce proprio quando i fattori comportamentali e ambientali si omologano. Deve quindi risiedere nella biologia di base.
Le centenarie come modello biologico.
Le donne centenarie sane rappresentano un modello naturale di invecchiamento di successo — organismi che hanno attraversato decennio dopo decennio di sfide biologiche (infezioni, infiammazioni, stress metabolici) senza essere consumati da esse. Studiarle non è solo un esercizio di curiosità demografica: è l’equivalente di studiare i record mondiali in atletica per capire i limiti fisiologici della performance umana.
Il profilo immunologico dei centenari sani — documentato da Franceschi e dal gruppo di Bologna in decenni di ricerca — mostra caratteristiche distintive. Rispetto ai non-centenari della stessa generazione, i centenari mostrano: marcatori di inflammaging bassi nonostante l’età molto avanzata; un profilo citochinico più simile a quello di adulti di 60-70 anni che a quello dei loro coetanei; linfociti T con minori segni di esaurimento; e — nelle donne centenarie in particolare — un rapporto CD4/CD8 che si mantiene in range fisiologico molto più a lungo.
Lo studio Lucia-Franceschi: il sistema immunitario come discriminante.
I risultati del lavoro di Alejandro Lucia e Claudio Franceschi sui centenari italiani indicano che le centenarie mostrano una preservazione del fenotipo immunitario resiliente in proporzione significativamente superiore rispetto ai centenari maschi — e che questa preservazione è statisticamente associata alla sopravvivenza ultra-longeva.
In altre parole: non si arriva a 100 anni con un sistema immunitario qualunque. Si arriva a 100 anni con un sistema immunitario che ha mantenuto il ritmo — che ha attraversato decenni di sfide senza perdere l’equilibrio tra risposta e risoluzione, tra attivazione e silenzio.
E le donne ci riescono in proporzione molto maggiore degli uomini. Come abbiamo discusso nel post precedente, probabilmente per ragioni radicate nel cromosoma X e nella selezione evolutiva per la salute materna. Ma anche per ragioni che ancora non comprendiamo completamente — e che lo studio dei centenari ci sta aiutando a chiarire.
La longevità estrema come laboratorio naturale.
L’approccio salutogenico di cui abbiamo parlato in questa serie trova nella ricerca sui centenari il suo laboratorio naturale più potente. Non si studia cosa ha ucciso i pari età — si studia cosa ha permesso a questi individui di sopravvivere. E la risposta che emerge con crescente coerenza da più gruppi di ricerca indipendenti è che il sistema immunitario resiliente — capace di rispondere senza consumarsi, di infiammarsi senza restare infiammato — è il fattore biologico più discriminante tra chi raggiunge i 100 anni in buona salute e chi non ci arriva.
Non è l’assenza di malattia — molti centenari hanno avuto infarti, cancri, polmoniti nel corso della loro vita. È la capacità di attraversarli e tornare all’equilibrio. Il sistema immunitario come ammortizzatore biologico, non come scudo impenetrabile.
Il punto di vista di SoLongevity
Nella ricerca SoLongevity, le differenze di genere nella traiettoria immunitaria sono parte integrante della valutazione personalizzata. Non perché la medicina della longevità debba essere diversa per uomini e donne in ogni aspetto — ma perché il percorso biologico verso la fragilità immunitaria segue traiettorie diverse, con velocità diverse e punti critici diversi. Riconoscerlo è il primo passo per un intervento veramente personalizzato.
Fonti
Plaza-Florido et al., The long lived immune system of centenerians” Nature Review Immunology 2026: https://www.nature.com/articles/s41577-026-01291-5
Franceschi C et al., “Inflammaging: a new immune-metabolic viewpoint for age-related diseases.” Nat Rev Endocrinol. 2018;14(10):576–590. ISTAT, “Indicatori demografici”, 2024.