Il microbioma non ha ancora un esame del sangue. Ma il corpo manda segnali — e alcuni test cominciano a renderli leggibili. Ecco cosa cercare.
In breve
Non esiste ancora un test semplice e definitivo per diagnosticare una disbiosi. Il microbioma è troppo variabile, troppo individuale per ridursi a un singolo valore di riferimento. Ma alcuni segnali — specialmente quando compaiono in associazione — possono suggerire un’alterazione dell’equilibrio dell’ecosistema intestinale. I segnali intestinali più comuni: gonfiore addominale persistente, alterazioni dell’alvo, meteorismo, intolleranze alimentari emergenti, infezioni intestinali ricorrenti, sindrome dell’intestino irritabile. I segnali sistemici: stanchezza cronica, aumento dell’infiammazione, peggioramento del controllo metabolico, disturbi dell’umore o del sonno.
Nessuno di questi sintomi è specifico della disbiosi — ma quando compaiono insieme, e in assenza di altre cause identificate, vale la pena guardare all’intestino.
Come sottolineiamo in Saremo tutti centenari: il microbioma è forse l’organo più trascurato della medicina preventiva moderna. Non perché manchino i dati — ma perché mancavano gli strumenti per interpretarli. Gli strumenti stanno arrivando.
L’approfondimento
Perché la disbiosi è difficile da diagnosticare.
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La disbiosi non è una malattia con una definizione univoca: è una condizione funzionale, definita dall’alterazione dell’equilibrio ecologico del microbioma rispetto a uno stato di salute — stato che varia enormemente tra individui diversi. Non esiste un “microbioma normale” uguale per tutti, né un valore soglia oltre il quale si può dire con certezza che il sistema è alterato.
Questo crea una difficoltà diagnostica reale: i test disponibili fotografano la composizione del microbioma, ma interpretare quella fotografia in modo clinicamente significativo è ancora complesso. Il contesto — la storia clinica, i sintomi, i marcatori infiammatori sistemici — rimane essenziale.
I segnali da non ignorare.
Alcuni quadri clinici dovrebbero spingere a valutare l’ecosistema intestinale:
Sul piano intestinale: gonfiore addominale persistente o ricorrente dopo i pasti (soprattutto con alimenti fermentabili), alterazioni stabili dell’alvo (stipsi, diarrea o alternanza), meteorismo eccessivo, comparsa di intolleranze alimentari nuove in età adulta, infezioni intestinali frequenti, diagnosi di sindrome dell’intestino irritabile.
Sul piano sistemico: stanchezza cronica senza causa identificata, infiammazione sistemica di basso grado (PCR elevata persistente), peggioramento del controllo metabolico (peso, glicemia a digiuno, trigliceridi), disturbi del sonno o dell’umore in assenza di altre cause.
La chiave è la co-presenza: uno di questi segnali isolato è aspecifico. Più segnali insieme, in un quadro coerente, orientano verso l’intestino come punto di partenza dell’indagine.
Le indagini disponibili.
Quando i sintomi lo giustificano, alcune indagini offrono informazioni utili — non definitive, ma orientative.
Analisi del microbiota fecale (metagenomica shotgun o sequenziamento 16S rRNA): fotografia della composizione dell’ecosistema microbico. Identifica le specie presenti, la loro abbondanza relativa e, nelle analisi più avanzate, i pathway metabolici attivi. Utile per avere un quadro baseline, ma richiede interpretazione esperta.
Calprotectina fecale: marcatore proteico prodotto dai neutrofili attivati nella mucosa intestinale, indica infiammazione intestinale locale. Uno studio pubblicato su Scientific Reports nel 2024 — condotto su 735 anziani — ha mostrato che livelli elevati di calprotectina si associano a riduzione dei batteri produttori di butirrato, aumento di generi batterici pro-infiammatori, e incremento sierico di IL-17C e CCL19. Un collegamento diretto, misurabile, tra infiammazione intestinale locale e inflammaging sistemico.
Breath test (per lattosio o sovracrescita batterica dell’intestino tenue, SIBO): misura la produzione di idrogeno e metano dopo ingestione di substrati fermentabili. Utile per identificare fermentazione anomala nell’intestino tenue o malassorbimento di specifici carboidrati.
Marker di permeabilità intestinale e infiammazione sistemica: zonulina sierica (marker di permeabilità delle tight junction), LPS sierico (endotossinemia, segnale di traslocazione batterica), PCR ad alta sensibilità. Questi marker non misurano il microbioma direttamente, ma le sue conseguenze funzionali — la permeabilità intestinale e l’infiammazione sistemica che ne deriva.
Il punto di vista di SoLongevity
Nel programma longevità di SoLongevity, la valutazione del microbioma include calprotectina fecale, marker di permeabilità intestinale e analisi metagenomiche — integrati nel profilo biologico complessivo per identificare precocemente le alterazioni dell’ecosistema intestinale. Il risultato non è una diagnosi di “disbiosi”, ma un quadro funzionale che permette di intervenire con precisione: sulla dieta, sulle fibre, sui postbiotici specifici e, quando necessario, sulla supplementazione mirata.
Fonte Heinzel L et al., “Elevated fecal calprotectin is associated with gut microbial dysbiosis, altered serum markers and clinical outcomes in older individuals.” Sci Rep. 2024;14(1):13513.