La vitamina D non è un integratore per le ossa. È un regolatore del sistema immunitario. E la pandemia ha reso evidente quanto conti averne abbastanza — nel momento sbagliato.
In breve
I recettori della vitamina D si trovano su linfociti T e B, macrofagi e cellule dendritiche. Non è una coincidenza: la vitamina D è un regolatore del sistema immunitario a pieno titolo, con un ruolo che va ben oltre il metabolismo osseo. In condizioni di adeguata disponibilità, sostiene le risposte difensive innate ma — al tempo stesso — riduce l’eccesso di infiammazione adattativa: promuove la funzione delle cellule Treg, limita la polarizzazione pro-infiammatoria, aiuta il sistema a spegnersi quando il compito è concluso. Non potenzia la risposta immunitaria: ne raffina il tono.
Durante la pandemia, numerosi studi osservazionali hanno evidenziato un’associazione tra bassi livelli di vitamina D e maggiore gravità dell’infezione da COVID-19. La vitamina D non previene l’infezione — ma sembra influenzare la qualità della risposta, in particolare l’equilibrio tra difesa antivirale e danno infiammatorio.
Come sottolineiamo in Saremo tutti centenari: nella nutrizione come nell’immunità, conta il contesto — non il singolo elemento. La vitamina D funziona meglio quando il sistema che la circonda è in equilibrio.
L’approfondimento
Un ormone, non solo una vitamina.
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La vitamina D è tecnicamente un ormone steroideo: viene sintetizzata nella cute a partire dal colesterolo per effetto dei raggi UVB, trasportata al fegato e poi ai reni dove viene attivata nella sua forma biologicamente attiva (calcitriolo, o 1,25-diidrossivitamina D). Agisce legandosi a un recettore nucleare — il VDR, Vitamin D Receptor — che regola l’espressione di centinaia di geni.
Il VDR è espresso praticamente in ogni cellula del sistema immunitario: linfociti T e B, macrofagi, cellule dendritiche, cellule NK. Quando la vitamina D si lega al VDR, modifica il programma trascrizionale di queste cellule — non in modo uniforme, ma specifico per il tipo cellulare e per il contesto immunologico in cui si trovano.
Il doppio ruolo: difesa e controllo.
La vitamina D esercita un’azione bifasica sul sistema immunitario. Da un lato potenzia l’immunità innata: aumenta la produzione di peptidi antimicrobici come la catelicidina, che agiscono direttamente contro batteri e virus. Dall’altro modula — cioè riduce, dove necessario — l’immunità adattativa eccessivamente attivata: inibisce la proliferazione dei linfociti Th1 e Th17 pro-infiammatori, promuove la differenziazione delle cellule Treg, e riduce la produzione di citochine pro-infiammatorie come IL-6, TNF-α e interferone-gamma.
Questo doppio ruolo è biologicamente coerente: un sistema immunitario che risponde rapidamente ai patogeni ma che non si autoalimenta nell’infiammazione è esattamente il profilo delle firme di sopravvivenza. La vitamina D contribuisce a entrambe le direzioni.
Il dato COVID-19: cosa ci ha insegnato.
La pandemia ha trasformato la vitamina D in un tema di dibattito pubblico — talvolta con eccessi in entrambe le direzioni. Una lettura equilibrata dei dati suggerisce:
Gli studi osservazionali hanno mostrato con consistenza che i soggetti con livelli sierici di 25-OH vitamina D inferiori a 20 ng/mL avevano un rischio significativamente maggiore di forme gravi, ospedalizzazione e mortalità per COVID-19. L’associazione era particolarmente forte negli anziani e nei soggetti con comorbidità — che sono anche le categorie con maggiore prevalenza di carenza.
Gli studi interventistici — somministrazione di vitamina D a soggetti ospedalizzati — hanno fornito risultati più eterogenei, probabilmente perché intervenire durante un’infezione acuta è diverso dall’avere livelli adeguati prima dell’esposizione. La meta-analisi di Martineau e colleghi sul BMJ, condotta prima della pandemia su infezioni respiratorie in generale, aveva già mostrato che la supplementazione riduceva il rischio di infezioni acute delle vie respiratorie — con beneficio maggiore nei soggetti con carenza severa.
La conclusione più ragionevole: la vitamina D non è un antivirale. Ma uno stato vitaminico adeguato contribuisce a una risposta immune più equilibrata — meno infiammazione eccessiva, migliore controllo della risposta adattativa.
La vitamina K2: il partner necessario.
Un punto che la comunicazione pubblica sulla vitamina D spesso trascura: vitamina D e vitamina K2 vanno integrate insieme.
Il motivo è preciso. La vitamina D aumenta l’assorbimento intestinale del calcio. Ma il calcio aggiuntivo deve essere diretto nella direzione giusta: verso le ossa e i denti, non verso le pareti arteriose. Questo indirizzamento dipende dalla vitamina K2 (nella forma menachinone-7, o MK-7), che attiva la proteina MGP (Matrix Gla Protein) — il principale inibitore della calcificazione vascolare.
In assenza di K2 adeguata, la supplementazione di sola vitamina D in soggetti con carenza di K2 potrebbe paradossalmente aumentare il rischio di calcificazione arteriosa. L’associazione D+K2 non è una precauzione teorica: è biologicamente indicata ogni volta che si integra vitamina D oltre le dosi alimentari di base.
Carenza: quanto è diffusa.
In Italia — come nel resto dell’Europa meridionale, paradossalmente — la carenza di vitamina D è estremamente comune. La sintesi cutanea è efficiente solo in determinate condizioni: angolo solare adeguato (solo in certi mesi e ore del giorno alle nostre latitudini), esposizione sufficiente di cute scoperta, assenza di filtro solare elevato. Nelle fasce di età più avanzata, la capacità di sintesi si riduce ulteriormente.
Il risultato è che buona parte della popolazione adulta — e quasi tutta la popolazione anziana — ha livelli di 25-OH vitamina D al di sotto dei 30 ng/mL considerati ottimali per la funzione immunitaria. Una carenza invisibile, senza sintomi acuti, ma con effetti misurabili sul tono infiammatorio nel medio-lungo termine.
Il punto di vista di SoLongevity
Nel programma longevità di SoLongevity, il dosaggio di vitamina D (25-OH vitamina D) e vitamina K2 è parte del pannello di base. La carenza è diffusissima e sistematicamente sottovalutata, e la correzione è uno degli interventi a più alto rapporto beneficio/costo disponibili oggi — con dosi calibrate sul profilo individuale, non sulle raccomandazioni generiche per la popolazione.
Fonti
Martineau AR et al., “Vitamin D supplementation to prevent acute respiratory tract infections: systematic review and meta-analysis of individual participant data.” BMJ. 2017;356:i6583.
Geleijnse JM et al., “Dietary intake of menaquinone is associated with a reduced risk of coronary heart disease: the Rotterdam Study.” J Nutr. 2004;134(11):3100–3105.