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Alberto Beretta Medico immunologo

Il ciclo della resilienza immunitaria: tre fasi che determinano come invecchiamo.

Dr. Alberto Beretta Aggiornato il 2 Agosto 2026 4 min di lettura

Ogni infezione che attraversiamo lascia un’impronta. Se il sistema immunitario è resiliente, quella impronta è memoria. Se non lo è, è una cicatrice che accelera l’invecchiamento.

In breve

La resilienza immunitaria non è uno stato fisso — è un movimento. Un ciclo che si ripete ogni volta che il sistema viene messo alla prova, articolato in tre momenti distinti: lo stato di base (alta immunocompetenza, bassa infiammazione), la prova (la sfida infettiva o infiammatoria), e la ricostituzione — il ritorno all’equilibrio quando la minaccia si ritira.

Non è la singola infezione a fare la differenza per la longevità. È ciò che resta dopo che l’infezione è passata. Un sistema che non riesce a ritrovare l’equilibrio scivola progressivamente verso bassa immunocompetenza e alta infiammazione cronica — la traiettoria dell’inflammaging accelerato. Un sistema resiliente conserva ritmo ed efficienza nel tempo, indipendentemente dalle sfide attraversate.

Come sottolineiamo in Saremo tutti centenari: ogni risposta immunitaria ben risolta è un investimento sulla longevità. Ogni infiammazione che non si chiude è un prelievo dal conto biologico.

L’approfondimento

Fase 1 — Lo stato di base.

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Prima della sfida, il sistema immunitario resiliente si trova in uno stato caratterizzato da alta immunocompetenza (linfociti T funzionali, NK attive, memoria anticorpale di qualità) e bassa infiammazione sistemica (IL-6, PCR, TNF-α bassi). Non è assenza di stimoli — nell’arco di una vita adulta, il sistema immunitario è continuamente esposto a patogeni, antigeni alimentari, microbiota, stress. La resilienza non è la protezione dagli stimoli: è la capacità di assorbirli senza essere consumati da essi.

Nello studio di Ahuja, i soggetti con resilienza immunitaria elevata mantenevano questo equilibrio basale anche in età avanzata — resistendo all’erosione che normalmente accompagna l’invecchiamento. La differenza rispetto ai pari età non resilienti non era nel numero di cellule, ma nel loro stato funzionale: meno markers di esaurimento, meno espressione di recettori inibitori, un tono infiammatorio di fondo più basso.

Fase 2 — La prova.

Durante un’infezione acuta o uno stress infiammatorio significativo, il sistema viene necessariamente destabilizzato. La risposta immunitaria richiede attivazione: citochine pro-infiammatorie, espansione clonale dei linfociti specifici, produzione di anticorpi, attivazione delle NK. Questo costa — in termini di risorse energetiche, di usura dei tessuti, di consumo del pool linfocitario disponibile.

La differenza tra un sistema resiliente e uno non-resiliente non sta nell’assenza di questa destabilizzazione — sta nella sua ampiezza e durata. Nei soggetti resilienti, il profilo immunitario si discosta solo lievemente dallo stato basale, per un tempo limitato. Come la barca di fronte all’onda: si inclina, ma non si rovescia. La risposta è proporzionata alla minaccia, non massimale per default.

Questo ha una conseguenza pratica importante: una risposta proporzionata produce meno danno collaterale ai tessuti, consuma meno risorse, e lascia il sistema in condizioni migliori per la fase successiva.

Fase 3 — La ricostituzione.

Quando la minaccia si ritira, il ciclo richiede un ritorno allo stato basale. È qui che si determina il destino immunitario a lungo termine.

Nei sistemi resilienti, la risoluzione dell’infiammazione è attiva — non è semplicemente l’assenza di stimolo, ma un processo molecolare mediato da citochine anti-infiammatorie (IL-10, TGF-β), cellule T regolatorie, e mediatori lipidici della risoluzione come le lipossine e le resolvine. Il sistema si “resetta”: torna all’equilibrio, consolida la memoria, ripristina il tono basale.

Quando la ricostituzione fallisce — parzialmente o completamente — resta un deficit residuo: un livello di infiammazione basale più alto di prima, un pool di linfociti T parzialmente esauriti, una minore capacità di risposta per la sfida successiva. Con ogni ciclo che non si chiude correttamente, il sistema scivola un gradino più in basso. È esattamente la traiettoria dell’immunosenescenza accelerata.

L’immunità addestrata: un’aggiunta al modello.

La ricerca di Netea e colleghi (Nat Rev Immunol, 2020) aggiunge una dimensione ulteriore: la trained immunity (immunità addestrata). A differenza di quanto si pensava in precedenza, anche le cellule dell’immunità innata — monociti, macrofagi, NK — possono acquisire una forma di memoria funzionale attraverso riprogrammazioni epigenetiche. Esposizioni precedenti a certi stimoli (infezioni moderate, vaccini come il BCG) “addestrano” queste cellule a rispondere in modo più efficiente a sfide future, anche non correlate. È una forma di plasticità immunitaria che amplia il concetto di resilienza: non solo la risposta adattativa costruisce memoria — anche l’innata impara.

Questo apre una prospettiva nuova: la resilienza immunitaria non è solo il risultato di ciò che non è stato fatto (protezione dagli stress), ma anche di ciò che è stato attraversato e risolto bene. Ogni risposta immunitaria ben gestita — un’infezione risolta senza complicanze, una vaccinazione che produce una buona memoria — contribuisce a costruire un sistema più robusto per le sfide future.

Il punto di vista di SoLongevity

Nella ricerca Slongevity, il supporto alla resilienza immunitaria — attraverso vaccinazioni mirate, modulazione dell’inflammaging, protocolli di recupero post-stress e ottimizzazione del profilo nutrizionale — è parte integrante per lo sviluppo di strategie di longevità personalizzata. L’obiettivo non è proteggere il sistema immunitario dall’essere messo alla prova: è fare in modo che ogni prova si chiuda bene — e lasci il sistema più capace di affrontare la successiva.

Fonti 

Ahuja SK et al., “Immune resilience despite inflammatory stress promotes longevity and favorable health outcomes including resistance to infection.” Nat Commun. 2023;14(1):3286. 

Netea MG et al., “Defining trained immunity and its role in health and disease.” Nat Rev Immunol. 2020;20(6):375–388.

I contenuti di questo sito hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del proprio medico.

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