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Alberto Beretta Medico immunologo

Il vaccino COVID come modulatore immunitario anticancro: la scoperta che nessuno si aspettava.

Dr. Alberto Beretta Aggiornato il 2 Agosto 2026 3 min di lettura

Berlino, ottobre 2025. Congresso ESMO. Un giovane medico americano presenta i dati di 1.000 pazienti con tumori avanzati. Chi aveva ricevuto un vaccino mRNA anti-COVID nei 100 giorni prima dell’immunoterapia viveva il doppio.

In breve

Adam Grippin, oncologo americano, ha presentato all’ESMO 2025 i risultati di uno studio retrospettivo su circa 1.000 pazienti con tumori avanzati in trattamento con checkpoint inhibitors — i farmaci che “tolgono il freno” alle cellule T contro il tumore. Il confronto era semplice: chi aveva ricevuto un vaccino a mRNA contro il COVID nei 100 giorni precedenti l’inizio dell’immunoterapia, contro chi non lo aveva ricevuto. In alcuni sottogruppi, la sopravvivenza mediana dei vaccinati superava quella dei non vaccinati di oltre 17 mesi. I risultati sono stati pubblicati su Nature.

Come può un vaccino progettato contro la proteina Spike di un virus migliorare la risposta a un farmaco che con quel virus non ha nulla a che fare? La risposta sta nel meccanismo d’azione del vaccino mRNA: l’RNA incapsulato in nanoparticelle lipidiche viene riconosciuto dai sensori dell’immunità innata come un segnale di allerta, inducendo la produzione di interferoni di tipo I. Questi non sono solo molecole antivirali — sono registi dell’attivazione immunitaria. Stimolano la maturazione delle cellule dendritiche, favoriscono l’attivazione dei linfociti T e creano un contesto sistemico favorevole alla risposta adattativa contro il tumore. Il vaccino non colpisce il tumore: trasforma il terreno immunitario in cui il tumore vive.

Come emerge in Saremo tutti centenari: quando le due braccia del sistema immunitario — l’innata, che orchestra la risposta, e l’adattativa, che la esegue — lavorano in sincronia, si può affrontare strutture biologiche complesse come le cellule tumorali. E questa sinergia si traduce in mesi, in alcuni casi anni, di vita in più.

L’approfondimento

Tumori “freddi” e tumori “caldi”: il problema dell’immunoterapia.

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Gli inibitori dei checkpoint immunitari — pembrolizumab, nivolumab e gli altri — funzionano rimuovendo il freno molecolare PD-1/PD-L1 dalle cellule T. Ma perché questo sia efficace, le cellule T devono prima essere arrivate nel tumore e averlo riconosciuto. I tumori si dividono, grossolanamente, in “caldi” — ricchi di infiltrazione linfocitaria, responsivi all’immunoterapia — e “freddi” — poveri di cellule T, immunologicamente silenziosi, molto meno sensibili ai checkpoint inhibitors. Questa distinzione spiega una delle frustrazioni principali dell’oncologia moderna: perché lo stesso farmaco funziona straordinariamente bene in alcuni pazienti e non cambia nulla in altri.

Il meccanismo: interferone tipo I come accendino.

Gli interferoni di tipo I — in particolare IFN-α e IFN-β — sono molecole di segnalazione prodotte in risposta al rilevamento di materiale genetico estraneo. Nell’ambito del vaccino mRNA, le nanoparticelle lipidiche e l’RNA stesso vengono riconosciuti da recettori come TLR7 e cGAS-STING, innescando la produzione di IFN-I. Questi interferoni hanno un effetto profondo sul microambiente tumorale: aumentano l’espressione di molecole MHC di classe I sulle cellule tumorali — rendendole più visibili alle cellule T — e promuovono la maturazione delle cellule dendritiche, migliorando la presentazione degli antigeni tumorali ai linfociti nei linfonodi.

Il risultato funzionale è la conversione di tumori freddi in tumori caldi: più cellule T che entrano nel tumore, più attive, più pronte a rispondere alla rimozione del checkpoint PD-1/PD-L1.

La rivelazione più sorprendente: la sequenza non conta.

I dati preclinici hanno mostrato qualcosa di radicalmente nuovo: l’effetto potenziante è indipendente dalla sequenza dell’RNA contenuta nel vaccino. Che le istruzioni riguardino la Spike del coronavirus, un’altra proteina virale o qualsiasi altro antigene è irrilevante. È la struttura del vaccino — mRNA incapsulato in nanoparticelle lipidiche — a innescare la cascata dell’immunità innata che potenzia l’immunoterapia.

Questo apre uno scenario radicalmente nuovo: non vaccini progettati per un virus specifico, ma piattaforme mRNA come modulatori immunitari sistemici — da somministrare prima dell’immunoterapia, indipendentemente dall’antigene scelto, per “accendere” il sistema immunitario e renderlo più recettivo ai checkpoint inhibitors. Studi clinici dedicati sono già in progettazione.

Il punto di vista di SoLongevity

Nella ricerca di SoLongevity, questa linea di evidenza è seguita con grande attenzione: l’idea che la modulazione dell’immunità innata possa potenziare quella adattativa nella risposta al cancro è perfettamente coerente con il modello di resilienza immunitaria che guida il nostro approccio alla prevenzione e alla longevità in salute.

Fonti 

Grippin AJ et al. “SARS-CoV-2 mRNA vaccines sensitize tumours to immune checkpoint blockade.” Nature. 2025.687;488-497. 

Zitvogel L, Galluzzi L, Kepp O, Smyth MJ, Kroemer G. “Type I interferons in anticancer immunity.” Nat Rev Immunol. 2015;15(7):405–414.

I contenuti di questo sito hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del proprio medico.

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