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Alberto Beretta Medico immunologo

 Il virus di oggi: cosa sappiamo davvero, a sei anni dall’inizio.

Dr. Alberto Beretta Aggiornato il 2 Agosto 2026 3 min di lettura

Sei anni dopo, SARS-CoV-2 è ancora lì. Non fa più notizia, ma continua a circolare, a mutare, a colpire. E soprattutto: continua a lasciare tracce biologiche che la conta dei morti non riesce a misurare.

In breve

Quando nel marzo 2020 l’OMS dichiarò la pandemia, nessuno immaginava con precisione cosa sarebbe rimasto. I dati sulle morti in eccesso — elaborati dall’OMS e pubblicati su Nature nel 2023 — stimano tra 14 e 15 milioni di decessi in eccesso nei primi due anni di pandemia: un numero molto superiore alle morti direttamente attribuite al COVID-19, perché include i decessi causati dal collasso dei sistemi sanitari e dalla mancata assistenza ad altre patologie. Il virus non si è limitato a colpire chi ha infettato: ha riorganizzato la medicina di un’intera generazione.

Oggi la maggior parte della popolazione mondiale possiede una qualche forma di memoria immunitaria ibrida contro SARS-CoV-2 — frutto di vaccinazioni, infezioni ripetute, richiami. Questa memoria protegge efficacemente dalla malattia grave. Molto meno dall’infezione. E soprattutto, non annulla gli effetti biologici dell’infiammazione ripetuta. “Meno aggressivo” — come è diventato il virus con Omicron nelle popolazioni immunizzate — non significa innocuo: significa che il danno è diventato più sottile, più distribuito, più difficile da attribuire.

Come emerge in Saremo tutti centenari: il problema di SARS-CoV-2 non è finito con le ondate acute. È cominciato qualcosa di più difficile da misurare — e da questo punto di vista, la pandemia non è mai davvero finita.

L’approfondimento

Le morti in eccesso: una metrica necessaria.

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La mortalità diretta da COVID-19 — quella riportata nei bollettini ufficiali — ha sempre sottostimato l’impatto reale della pandemia, per ragioni sia metodologiche sia politiche. I modelli sulle morti in eccesso, che confrontano la mortalità osservata con quella attesa in assenza della pandemia, offrono una misura più fedele. L’analisi dell’OMS ha mostrato differenze enormi tra paesi: alcune regioni del mondo hanno subito perdite demografiche profonde, largamente non rendicontate nelle statistiche ufficiali.

Questo dato ha implicazioni dirette per come leggiamo l’impatto della pandemia sulla longevità: non solo anni di vita persi nelle fasi acute, ma effetti a cascata sulla salute cardiovascolare, metabolica e cognitiva delle popolazioni che hanno attraversato il periodo pandémico con sistemi sanitari sotto pressione.

La memoria immunitaria ibrida: protezione reale, limiti reali.

L’immunità acquisita attraverso infezione e vaccinazione — cosiddetta ibrida — è robusta sul fronte della malattia grave: ospedalizzazioni e decessi sono rimasti contenuti nelle coorti ben vaccinate anche durante le ondate successive. Ma questa protezione ha caratteristiche che la rendono disomogenea: declina nel tempo, varia con l’età e le comorbidità, è meno efficace sulle vie aeree superiori (dove il virus continua a replicarsi e diffondersi) e non impedisce infezioni ripetute.

Ogni infezione, anche lieve, è un evento infiammatorio. In una persona giovane e sana, il sistema immunitario lo gestisce e lo risolve. In una persona anziana — o con un sistema immunitario già sotto pressione per l’immunosenescenza — infezioni ripetute possono sommarsi al carico infiammatorio cronico preesistente, accelerando processi che già procedono con l’età.

Il Long COVID: un capitolo ancora aperto.

Una revisione pubblicata su Nature Reviews Microbiology nel 2023 da Davis, Topol e colleghi ha sistematizzato le evidenze sul Long COVID: una condizione caratterizzata da sintomi persistenti oltre le quattro settimane dall’infezione acuta, che colpisce una percentuale significativa di persone infettate — con manifestazioni che vanno dalla fatica cronica al brain fog, dalla disautonomia alle alterazioni immunitarie. I meccanismi proposti includono la persistenza virale in serbatoi tissutali, la riattivazione di virus latenti come EBV, l’infiammazione cronica e l’autoimmunità.

Il Long COVID ha reso evidente ciò che la biologia dell’invecchiamento aveva già mostrato in altri contesti: un’infezione acuta non è solo un evento discreto e risolvibile. Lascia modificazioni biologiche — alcune temporanee, alcune durature — che interagiscono con la traiettoria di invecchiamento dell’individuo.

Il punto di vista di SoLongevity

L’impatto dell’infezione ripetuta da SARS-CoV-2 sui marcatori di invecchiamento immunitario è uno dei filoni di ricerca più attivi: nella prospettiva di SoLongevity, comprendere come il virus interagisce con l’inflammaging e l’immunosenescenza è essenziale per costruire strategie di protezione personalizzate nella popolazione over 60.

Fonti 

Msemburi W, Karlinsky A, Knutson V, et al. “The WHO estimates of excess mortality associated with the COVID-19 pandemic.” Nature. 2023;613(7942):130–137. 

Davis HE, McCorkell L, Vogel JM, Topol EJ. “Long COVID: major findings, mechanisms and recommendations.” Nat Rev Microbiol. 2023;21(3):133–146.

I contenuti di questo sito hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del proprio medico.

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