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Alberto Beretta Medico immunologo

Il paradosso delle proteine. E la risposta di un Premio Nobel.

Dr. Alberto Beretta Aggiornato il 1 Agosto 2026 4 min di lettura

 supermercati sono pieni di prodotti iperproteici. La scienza dice che nei modelli sperimentali le proteine accorciano la vita. Chi ha ragione? La risposta è: dipende da quanti anni hai.

In breve

Nutrizione sportiva, dieta per over-60, consigli medici: più proteine, più proteine, più proteine. Eppure nei modelli sperimentali — dalla mosca della frutta ai primati — la restrizione proteica allunga la vita. Non l’eccesso: la restrizione. Come si conciliano queste due cose?

Le proteine stimolano i sensori di crescita cellulare, in primo luogo l’IGF-1, attivando i programmi di sintesi proteica e proliferazione. Indispensabili per costruire muscoli e riparare tessuti. Ma la crescita intensa produce scorie tossiche — e più cresciamo, meno ci fermiamo per smaltirle. Il problema cambia completamente dopo i 65 anni, quando entra in gioco la resistenza anabolica: la progressiva perdita di capacità di processare le proteine e convertirle in massa muscolare utile. Il risultato è la sarcopenia — primo anello di una catena che porta alla fragilità e alla perdita di autonomia.

Come descriviamo in Saremo tutti centenari, la biologia cambia segno con l’età. E la risposta al paradosso non è una scelta binaria tra più o meno proteine — è una questione di ritmo, contesto e timing.

L’approfondimento

Levine et al. (Cell Metab, 2014) hanno pubblicato un’analisi su oltre 6.000 adulti americani seguiti per 18 anni che ha messo in luce il paradosso con chiarezza epidemiologica. Nei soggetti sotto i 65 anni, un apporto proteico elevato (>20% delle calorie) era associato a un aumento del 75% della mortalità per tutte le cause e a un rischio di morte per cancro quattro volte superiore rispetto a chi seguiva un’alimentazione a basso contenuto proteico — un effetto mediato in larga parte dai livelli circolanti di IGF-1. Ma sopra i 65 anni, la curva si invertiva: il basso apporto proteico diventava un fattore di rischio indipendente per fragilità e mortalità, mentre l’apporto elevato risultava protettivo. La stessa variabile biologica produceva effetti opposti a seconda della fase della vita.

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Il meccanismo molecolare che spiega l’inversione è la resistenza anabolica. Con l’avanzare dell’età, i muscoli scheletrici diventano progressivamente meno sensibili agli aminoacidi circolanti: la soglia di stimolazione della sintesi proteica muscolare si alza, e per ottenere la stessa risposta anabolica sono necessarie quantità proteiche maggiori e concentrazioni più alte di leucina — l’aminoacido essenziale con il ruolo più diretto nell’attivazione di mTORC1 nei miociti. In assenza di un apporto sufficiente, la sintesi proteica muscolare non raggiunge la soglia necessaria e la degradazione supera la sintesi: è l’inizio della perdita di massa muscolare che, secondo i criteri europei rivisti da Cruz-Jentoft et al. (Age Ageing, 2019), viene diagnosticata come sarcopenia quando si associa a riduzione della forza e della performance fisica. La sarcopenia è oggi riconosciuta come malattia autonoma (ICD-10 M62.84) e predice in modo indipendente la mortalità, il rischio di cadute, l’ospedalizzazione e la perdita di autonomia negli anziani.

Sul palco del Milan Longevity Summit del marzo 2024, Venki Ramakrishnan — il cui libro Why We Die abbiamo discusso in questa serie — ha risposto direttamente a questa domanda. La sua posizione è stata disarmante nella sua onestà: “You know, the fact is that there is no free lunch.” Probabilmente è vero, ha spiegato, che ridurre l’apporto proteico può rallentare alcuni meccanismi di invecchiamento cellulare. Ma questo rischia di farlo a prezzo di una fragilità crescente — accorciando la qualità della vita nel tentativo di preservarne la durata. Un compromesso che, per la maggior parte delle persone oltre i 65 anni, non vale la pena fare.

La soluzione più coerente con le evidenze disponibili — e con la biologia che in Saremo tutti centenari esploriamo in dettaglio — non è scegliere tra forza e longevità, ma strutturare l’apporto proteico in modo dinamico nel tempo. Nelle fasi di vita più giovani, cicli di riduzione proteica alternati a fasi di adeguato apporto possono modulare il pathway IGF-1/mTOR e attivare l’autofagia senza compromettere la massa muscolare. Dopo i 60–65 anni, la priorità si sposta: garantire un apporto proteico sufficiente — 1,2–1,6 g/kg/die secondo le linee guida ESPEN — con distribuzione ottimale nei pasti e adeguata concentrazione di leucina diventa fondamentale per contrastare la resistenza anabolica. L’esercizio di resistenza, in sinergia con l’apporto proteico, potenzia la sensibilità muscolare agli aminoacidi e rappresenta l’unico intervento capace di rallentare e parzialmente invertire la sarcopenia.

Il punto di vista di SoLongevity

La gestione dell’apporto proteico in funzione dell’età e del profilo biologico individuale è uno degli interventi nutrizionali più rilevanti nel programma longevità di SoLongevity. La valutazione della composizione corporea — massa muscolare, massa grassa, densità ossea — e dei marcatori di funzione muscolare viene integrata con il profilo metabolico e ormonale per costruire raccomandazioni precise: non solo quante proteine, ma quali, quando e in combinazione con quale stimolo anabolico. L’obiettivo è esattamente quello che Ramakrishnan ha indicato come il vero punto di arrivo: non più anni di vita a qualsiasi costo, ma più anni di vita in piena funzione. Forza e longevità. Non l’una a scapito dell’altra.

Fonti

Levine M.E. et al., “Low protein intake is associated with a major reduction in IGF-1, cancer, and overall mortality in the 65 and younger but not older population.” Cell Metab 19(3):407–417, 2014. 

Cruz-Jentoft A.J. et al., “Sarcopenia: revised European consensus on definition and diagnosis.” Age Ageing 48(1):16–31, 2019. 

Deutz N.E.P. et al., “Protein intake and exercise for optimal muscle function with aging.” Clin Nutr 33(6):929–936, 2014. 

Ramakrishnan V., Why We Die: The New Science of Ageing and the Quest for Immortality. Hodder & Stoughton, 2024.

I contenuti di questo sito hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del proprio medico.

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