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Alberto Beretta Medico immunologo

La balena che non invecchia come dovrebbe. E ci insegna qualcosa di fondamentale sul cancro.

Dr. Alberto Beretta Aggiornato il 1 Agosto 2026 4 min di lettura

Una balena della Groenlandia può pesare decine di tonnellate, vivere più di 200 anni, e avere miliardi di cellule in più rispetto a noi. Per le leggi statistiche della biologia, dovrebbe essere una macchina per fare tumori. Non lo è.

In breve

Ogni volta che una cellula si divide, rischia di commettere un errore. Più cellule hai, più divisioni avvengono, più errori si accumulano — e più aumenta la probabilità che uno di quegli errori diventi un cancro. È matematica elementare. Una balena della Groenlandia, con la sua massa corporea e i suoi due secoli di vita, dovrebbe avere un rischio oncologico enormemente superiore al nostro.

Invece no. Questo è il Paradosso di Peto: gli animali grandi e longevi non si ammalano di cancro quanto la statistica prevederebbe. E le balene della Groenlandia sono l’esempio più estremo — e più istruttivo — che conosciamo.

Uno studio recente ha trovato una spiegazione parziale ma affascinante: le cellule di questi animali producono quantità straordinarie di una proteina chiamata CIRBP (cold-inducible RNA-binding protein), capace di potenziare la riparazione delle rotture a doppio filamento del DNA — uno dei danni più pericolosi che una cellula possa subire. Non è una cura. Ma ci dice qualcosa di importante: la longevità non è semplicemente resistere al danno. È ripararlo meglio e più velocemente.

L’approfondimento

Il Paradosso di Peto prende il nome dall’epidemiologo Richard Peto, che negli anni Settanta osservò per primo che la prevalenza del cancro non scala con le dimensioni corporee o la longevità degli animali nel modo in cui la statistica predice. Un elefante ha cinquanta volte più cellule di un topo, eppure non sviluppa tumori cinquanta volte più frequentemente. Una balena della Groenlandia — Balaena mysticetus — può vivere oltre 200 anni (lo sappiamo dalle punte di arpioni del XIX secolo ritrovate nei loro corpi), pesa fino a 100 tonnellate e ha ordini di grandezza più cellule di qualsiasi primate. Per le leggi della probabilità, dovrebbe accumulare mutazioni oncogeniche in modo pressoché continuo. Invece, i tumori nelle balene della Groenlandia sono rarissimi. Qualcosa nella loro biologia compensa la matematica.

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Lo studio di Gorbunova et al. (Nature, 2025) — uno dei contributi più attesi nel campo della biologia della longevità comparata — ha identificato nella CIRBP un meccanismo candidato a spiegare almeno parte di questo paradosso. La CIRBP è una proteina legante l’RNA inizialmente identificata per il suo ruolo nella risposta al freddo — le balene vivono nelle acque artiche, dove le temperature corporee periferiche possono scendere significativamente. Ma nei cetacei longevi, questa proteina ha acquisito un ruolo aggiuntivo e inaspettato: potenzia la riparazione delle rotture a doppio filamento del DNA (DSB — double-strand breaks), il tipo di danno genomico più pericoloso, perché se non corretto fedelmente può portare a riarrangiamenti cromosomici, instabilità genomica e trasformazione neoplastica.

I ricercatori hanno dimostrato che aumentando i livelli di CIRBP nelle cellule umane in coltura, l’efficienza della riparazione del DNA migliorava significativamente. Nei moscerini della frutta (Drosophila melanogaster), l’overespressione della proteina ha allungato la vita media e aumentato la resistenza alle radiazioni ionizzanti — uno stress che induce massivamente rotture a doppio filamento del DNA. Non si tratta ancora di evidenze traslabili direttamente all’uomo: la biologia della Drosophila e quella dei mammiferi divergono su molti punti, e il salto dalla cellula in coltura all’organismo integrato è sempre complesso. Ma il principio dimostrato è robusto: un singolo gene con un’espressione aumentata può migliorare misurabilmente la capacità di riparazione del genoma.

Il Paradosso di Peto ha altre soluzioni parziali già documentate. Gli elefanti — un altro grande mammifero longevo — possiedono 20 copie del gene TP53 (il “guardiano del genoma”) contro le due copie degli esseri umani: una ridondanza che rende molto più difficile la progressione neoplastica. I topi talpa nudi (Heterocephalus glaber) producono un polisaccaride extracellulare di alto peso molecolare — l’acido ialuronico — che crea una barriera fisica alla proliferazione cellulare incontrollata. Le soluzioni molecolari all’invecchiamento e al cancro, nell’evoluzione, sono molteplici e convergenti: diversi taxa hanno sviluppato risposte diverse allo stesso problema.

Come discutiamo in Saremo tutti centenari, la biologia comparata della longevità offre qualcosa che i modelli di laboratorio standard non possono dare: la prova che sistemi di manutenzione genomica più efficienti sono biologicamente possibili e compatibili con la vita complessa. Una balena di 200 anni non è un sopravvissuto fortunato. È un organismo che, per milioni di anni di pressione evolutiva in un ambiente estremo, ha ottimizzato la manutenzione del proprio genoma a un livello che noi non abbiamo ancora raggiunto — e che forse, un giorno, potremo imparare a replicare. Il punto non è diventare balene. È capire che il ritmo dell’invecchiamento dipende anche da quanto bene le nostre cellule correggono i propri errori — giorno dopo giorno, per decenni.

E che esiste almeno un mammifero che lo fa molto meglio di noi.

Fonti 

Gorbunova V. et al., “Enhanced DNA repair via CIRBP underlies longevity and cancer resistance in bowhead whales.” Nature, 2025. 

Abegglen L.M. et al., “Potential mechanisms for cancer resistance in elephants and comparative cellular responses to DNA damage in humans.” JAMA 314(17):1850–1860, 2015. 

Tian X. et al., “High-molecular-mass hyaluronan mediates the cancer resistance of the naked mole rat.” Nature 499:346–349, 2013. 

Peto R. et al., “Cancer and ageing in mice and men.” Br J Cancer 32(4):411–426, 1975.

I contenuti di questo sito hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del proprio medico.

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