Per decenni la scienza ha sostenuto che la genetica spiegasse solo il 20–25% della durata della vita. Un nuovo studio del Weizmann Institute pubblicato su Science nel 2026 mostra che quella stima era sistematicamente sottovalutata. La vera percentuale è circa il 50%.
In breve
Come si misura il contributo dei geni alla durata della vita? La risposta classica viene dagli studi sui gemelli: confrontando coppie di gemelli identici e fraterni si stima quanto della variabilità nella longevità sia spiegata dal patrimonio genetico. Per decenni quella stima si attestava al 20–25% — con alcuni studi recenti su grandi genealogie che la abbassavano addirittura al 6–10%. Un risultato che relegava la genetica a ruolo secondario rispetto a stile di vita e ambiente.
Il problema era metodologico. Uri Alon e colleghi del Weizmann Institute of Science hanno identificato una distorsione sistematica in tutti quei dati: le stime includevano i decessi da mortalità estrinseca — incidenti, infezioni, violenze, calamità — eventi che non hanno nulla a che fare con la biologia intrinseca dell’invecchiamento ma che introducono “rumore” nei dati, abbassando artificialmente la misura dell’influenza genetica. Isolando la mortalità da cause biologiche intrinseche da quella da cause esterne, la componente genetica della durata della vita sale a circa 50–55% — in linea con l’ereditarietà di altri tratti fisiologici complessi come altezza, intelligenza o rischio cardiovascolare.
Il paradigma cambia. Non significa che lo stile di vita sia irrilevante — rimane cruciale. Significa, come esploriamo in Saremo tutti centenari, che non basta sapere quali geni della longevità un individuo porta con sé: bisogna capire come si esprimono, e come stile di vita, nutrizione e ambiente interagiscono con quel substrato genetico nel modellare la traiettoria individuale.
L’approfondimento
Lo studio di Shenhar, Alon et al. (Science, 2026) affronta un problema che gli epidemiologi genetici conoscevano ma non avevano risolto adeguatamente: la stima dell’ereditarietà della longevità è confusa dalla mortalità estrinseca. Nei dati classici degli studi sui gemelli — le coorti più usate per questo tipo di analisi — non c’è modo di distinguere, a livello aggregato, chi è morto per infarto a 72 anni da chi è morto in un incidente stradale a 72 anni. Entrambi contribuiscono alla stessa statistica di durata della vita, ma solo il primo riflette la biologia intrinseca dell’invecchiamento. Le cause esterne, distribuite in modo sostanzialmente casuale rispetto al genotipo, diluiscono l’ereditarietà osservata — abbassando sistematicamente la stima genetica verso il basso.
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La soluzione adottata dal gruppo del Weizmann combina modelli matematici avanzati con coorti di gemelli di qualità eccezionale, inclusi gemelli monozigoti cresciuti separatamente — lo strumento più potente disponibile per isolare la componente genetica dall’ambiente condiviso, eliminando la principale fonte di confondimento degli studi sui gemelli standard. Applicando questi modelli e correggendo per la mortalità estrinseca, la stima dell’ereditarietà della longevità intrinseca sale a circa il 50–55%. Un valore che allinea la durata della vita biologica a quanto osservato per altri tratti poligenic complessi, e che restituisce alla genetica un ruolo centrale nella comprensione dell’invecchiamento umano.
Le implicazioni sono multiple. Prima: la ricerca di varianti genetiche associate alla longevità — da quelle nei geni APOE, FOXO3, CETP già ben documentate, alle nuove varianti identificate dai GWAS su centenari — non è un esercizio di nicchia ma probabilmente essenziale per comprendere i meccanismi biologici profondi dell’invecchiamento. Seconda: l’epigenetica assume un ruolo ancora più strategico di quello già riconosciuto. Se il 50% della variabilità nella longevità dipende dai geni, e questi geni si esprimono in modo diverso a seconda dell’ambiente, della nutrizione e dello stile di vita, allora la modulazione epigenetica — la capacità di influenzare l’espressione genica senza modificare la sequenza del DNA — è il vero terreno di intervento. Terza: la genetica predittiva diventa informazione clinicamente rilevante non solo per le malattie monogeniche o per i rischi ben definiti come BRCA o APOE4, ma per la traiettoria di invecchiamento complessiva.
Il risultato non ribalta il ruolo dello stile di vita — lo riposiziona. Il 50% circa di variabilità non genetica rimane enorme: è il margine su cui l’intervento è possibile, misurabile e potenzialmente decisivo. Come sottolineiamo in Saremo tutti centenari, la genetica non è un destino scritto ma una mappa di probabilità — e le mappe esistono per orientare la navigazione, non per determinarla. Conoscere il proprio profilo genetico di longevità non dice quanto si vivrà: dice su quali sistemi biologici è più importante lavorare, dove il rischio è più alto, e dove gli interventi hanno il rapporto costo-beneficio più favorevole.
Il punto di vista di SoLongevity
Nella ricerca di SoLongevity, questo cambio di paradigma orienta l’integrazione sistematica dei dati genomici con i biomarcatori biologici nel programma longevità. La genetica predittiva — analisi delle varianti associate a rischio cardiovascolare, metabolico, neurodegenerativo e oncologico — viene interpretata non come responso deterministico ma come strato informativo su cui costruire una strategia personalizzata: quali hallmarks dell’invecchiamento monitorare con più attenzione, quali interventi hanno più probabilità di incidere su quel profilo specifico, come la diagnostica epigenetica nel tempo riflette l’interazione tra substrato genetico e scelte di vita. La genetica come punto di partenza, non come punto di arrivo.
Fonti
Shenhar B. et al., “Heritability of intrinsic human life span is about 50% when confounding factors are addressed.” Science 381:eadr3222, 2026.
Sebastiani P. & Perls T.T., “The genetics of extreme longevity: lessons from the New England Centenarian Study.” Front Genet 3:277, 2012.
Deelen J. et al., “Genome-wide association meta-analysis of human longevity identifies new loci and strengthens previously reported associations.” Nat Commun 10:3669, 2019.
Horvath S. & Raj K., “DNA methylation-based biomarkers and the epigenetic clock theory of ageing.” Nat Rev Genet 19:371–384, 2018.