Vai al contenuto
Alberto Beretta Medico immunologo

Attenzione agli zuccheri!

Dr. Alberto Beretta Aggiornato il 2 Agosto 2026 4 min di lettura

Nelle fasi ipoproteiche della dieta ritmica si nasconde un errore frequente: compensare le proteine con i carboidrati. Il risultato è una pausa solo apparente — e il sensore metabolico non si spegne mai davvero.

In breve

Il regime nutrizionale ritmico si fonda su un principio che la biologia comprende perfettamente — ma che è facile fraintendere in pratica. Le fasi a ridotto apporto proteico non significano “mangiare meno”: significano ridurre selettivamente il segnale di crescita, permettendo all’organismo di attivare i programmi di manutenzione. L’obiettivo è spegnere il segnale aminoacidico su IGF-1 e mTOR, non rimpiazzarlo con un’altra fonte di stimolazione.

Eppure è esattamente questo che accade spesso, senza che ce ne accorgiamo. In assenza di proteine, la disponibilità di carboidrati facilmente accessibili porta naturalmente ad aumentarne il consumo. Il risultato è uno spostamento del segnale anabolico: da stimolazione aminoacidica a stimolazione insulinica. mTOR rimane funzionalmente facilitato dall’insulina, AMPK è solo parzialmente attivata. Come descriviamo in Saremo tutti centenari, la pausa metabolica è solo apparente — il sensore non si è mai davvero spento.

Il monitoraggio continuo della glicemia (CGM) rende visibile questo errore prima che si consolidi in settimane di ritmo sbagliato. Non per inseguire valori perfetti: per osservare la forma reale del segnale metabolico e verificare se le fasi di pausa stanno davvero funzionando.

L’approfondimento

Il meccanismo molecolare dell’errore è preciso. L’insulina — rilasciata in risposta all’aumento della glicemia postprandiale — attiva il pathway PI3K/AKT che a sua volta stimola mTORC1, lo stesso nodo che gli aminoacidi — in particolare la leucina — attivano attraverso il sensore RAG GTPase. Le due vie convergono su mTOR: una riduzione delle proteine che venga compensata da un aumento di carboidrati ad alto indice glicemico non riduce la stimolazione complessiva di mTOR — la trasferisce semplicemente da un input all’altro. La cellula non percepisce la “pausa”: percepisce la presenza di energia e di segnali di abbondanza. AMPK, il sensore del deficit energetico, rimane inibita. L’autofagia non si approfondisce. Il deleterioma continua ad accumularsi indisturbato.

Newsletter Salute Spiegata

Salute Spiegata, nella tua casella di posta.

Il CGM — originariamente sviluppato per la gestione del diabete e recentemente entrato nell’uso in popolazioni non diabetiche come strumento di ottimizzazione metabolica — offre una soluzione a questo problema rendendolo visibile in tempo reale. Hall et al. (PLOS Biol, 2018) hanno dimostrato che i pattern di risposta glicemica variano enormemente tra individui con la stessa glicemia a digiuno e lo stesso BMI: alcune persone mostrano picchi sostenuti e prolungati anche su alimenti considerati “sicuri”, mentre altre mantengono curve piatte su alimenti che teoricamente dovrebbero alzare la glicemia. Questa variabilità — chiamata dai ricercatori “glucotype” — non è prevedibile senza misurazione. È esattamente il tipo di informazione che sfugge ai biomarcatori plasmatici puntuali.

Nel contesto del regime ritmico, il CGM permette di monitorare quattro elementi chiave nelle fasi LOW e di reset. La forma delle curve postprandiali: un picco breve e netto, con rapido rientro ai valori basali, indica buona sensibilità insulinica e risposta metabolica integra; un plateau prolungato indica stimolazione insulinica sostenuta — il segnale di abbondanza che non dovrebbe esserci. La durata dell’elevazione: il tempo che la glicemia trascorre sopra 140 mg/dL dopo il pasto è uno dei predittori più sensibili di resistenza insulinica subclinica. La variabilità giornaliera: alta variabilità glicemica (mean amplitude of glycemic excursions, MAGE) è associata a stress ossidativo aumentato e a una risposta infiammatoria amplificata — indipendente dai valori medi. Il comportamento notturno: la glicemia nelle ore notturne, in assenza di pasti, riflette la produzione epatica di glucosio e — indirettamente — il livello di attivazione basale dell’insulina e la resistenza periferica. Una glicemia notturna cronicamente elevata (>100 mg/dL nelle ore piccole) è un segnale precoce di disregolazione metabolica, spesso presente anni prima che la glicemia a digiuno superi i criteri diagnostici.

Danne et al. (Diabetes Care, 2017) hanno stabilito il consenso internazionale sull’uso del CGM e sui parametri di interpretazione. Nel contesto non diabetico, le soglie rilevanti sono diverse da quelle cliniche: non si tratta di gestire ipoglicemie o iperglicemie patologiche, ma di leggere la qualità dell’oscillazione metabolica. Un regime ritmico ben applicato dovrebbe produrre curve glicemiche che si “calmano” progressivamente nelle fasi LOW — picchi più bassi, rientro più rapido, glicemia notturna stabile — e che mostrano una risposta anabolica più ordinata nei giorni ON, con picchi postprandiali più brevi e seguiti da un calo netto. La convergenza tra ritmo nutrizionale e qualità del segnale glicemico è il segno che i due livelli di regolazione biologica stanno lavorando in modo coerente.

Il CGM non sostituisce i biomarcatori plasmatici — IGF-1, FGF21, insulina a digiuno — ma li anticipa e contestualizza. Mentre gli adattamenti endocrini stabili emergono su settimane e mesi, il CGM fornisce feedback su scala di giorni: è possibile correggere una deriva glucocentrica nelle fasi LOW già nella prima settimana di monitoraggio, invece di aspettare che si rifletta su IGF-1 o IGFBP-3 dopo mesi di ritmo sbagliato. Ritmo nutrizionale e segnale glicemico non sono due capitoli separati: sono due livelli della stessa regolazione biologica. La ciclicità definisce quando inviare o sospendere un segnale; il CGM aiuta a verificare con quale intensità quel segnale viene realmente percepito.

Il punto di vista di SoLongevity

Nel percorso della Clinica SoLongevity, il CGM è integrato nei protocolli di check-up della longevità come strumento di diagnostica metabolica continua: non per inseguire la glicemia perfetta, ma per verificare se il ritmo sta producendo le oscillazioni biologiche attese. I dati del CGM — interpretati insieme al profilo insulinico, ai marcatori di inflammaging e alla diagnostica epigenetica — permettono di distinguere chi risponde al regime ciclico da chi sta commettendo l’errore silenzioso della compensazione glucidica. Da una nutrizione per regole a una nutrizione per segnali — più aderente alla fisiologia, più sostenibile nel tempo, verificabile in modo oggettivo.

 Fonti 

Hall H. et al., “Glucotypes reveal new patterns of glucose dysregulation.” PLOS Biol 16(7):e2005143, 2018. 

Danne T. et al., “International consensus on use of continuous glucose monitoring.” Diabetes Care 40(12):1631–1640, 2017.

 Zeevi D. et al., “Personalized nutrition by prediction of glycemic responses.” Cell 163(5):1079–1094, 2015. 

Blaak E.E. et al., “Impact of postprandial glycaemia on health and prevention of disease.” Obes Rev 13(10):923–984, 2012.

I contenuti di questo sito hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del proprio medico.

Altri approfondimenti in Nutrizione e metabolismo

Meno carne, più pianeta, più vita: la storia della dieta EAT-Lancet e la prova che mancava

Dalla teoria del 2019 alla prova del 2026: due grandi studi su mezzo milione di persone dicono che seguire questo modello alimentare — o una versione…

I dolcificanti nelle barrette proteiche accelerano il declino cognitivo: lo dice la neurologia

Pubblicato ad ottobre 2025 sulla rivista Neurology, lo studio ELSA-Brasil ha seguito 12.772 adulti (età media 52 anni) per 8 anni, valutando il consumo di 7…

La colazione ricca di carboidrati non ripristina il glicogeno muscolare. Quello che pensavamo di sapere sulla nutrizione pre-allenamento era sbagliato

Un gruppo di ricercatori dell'Università di Maastricht — tra i laboratori di fisiologia dell'esercizio più autorevoli al mondo — ha finalmente misurato con precisione cosa succede…

Tutta l’area