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Alberto Beretta Medico immunologo

Meno carne, più pianeta, più vita: la storia della dieta EAT-Lancet e la prova che mancava

Dr. Alberto Beretta Aggiornato il 6 Ottobre 2026 5 min di lettura

Dalla teoria del 2019 alla prova del 2026: due grandi studi su mezzo milione di persone dicono che seguire questo modello alimentare — o una versione di qualità di una dieta a base vegetale — è legato a fino a 4 anni di vita in più

Nel gennaio 2019, 37 scienziati di 16 paesi pubblicano su The Lancet un rapporto con un obiettivo tanto ambizioso quanto teorico: disegnare una dieta capace di nutrire quasi 10 miliardi di persone entro il 2050 senza distruggere il pianeta. Nasce così la dieta EAT-Lancet, detta anche “dieta planetaria” — molta verdura, cereali integrali e legumi, pochissima carne rossa (un hamburger a settimana), pesce e latticini con moderazione. Un modello costruito a tavolino, con simulazioni e calcoli su scala globale, che promette benefici enormi (fino a 11 milioni di morti premature evitabili ogni anno) ma che per anni resta, appunto, un modello: una proiezione statistica, non una prova diretta che chi la segue davvero vive più a lungo.

Il rapporto diventa comunque uno dei più citati e discussi nella storia recente della nutrizione. Da un lato conquista consensi scientifici; dall’altro si scontra con critiche pesanti — poco adattabile alle culture alimentari locali, potenzialmente fuori portata economica per oltre un miliardo e mezzo di persone nei paesi a basso reddito — e con una reazione pubblica aggressiva, alimentata anche da una campagna social (#yestomeat) orchestrata per conto dell’industria della carne. Negli anni successivi il modello si evolve: arrivano versioni adattate ai singoli paesi (2023-2024) e, nel 2025, un aggiornamento importante — “EAT-Lancet 2.0” — che introduce più flessibilità per le tradizioni culinarie locali e, per la prima volta, la giustizia sociale come obiettivo esplicito del modello.

La domanda rimasta aperta per sei anni

Con tutto questo dibattito, mancava però un tassello fondamentale: la dieta EAT-Lancet funziona davvero, in termini di anni di vita guadagnati, in persone reali seguite nel tempo? È qui che entra in gioco un secondo studio, pubblicato a marzo 2026 su GeroScience da un gruppo di ricerca cinese (Shanghai Jiao Tong University, Zhejiang University, con Uppsala University e la National University of Singapore), che per la prima volta prova a rispondere con dati concreti, su scala di popolazione, usando due grandi coorti indipendenti: la UK Biobank britannica e la NHANES statunitense, per un totale di centinaia di migliaia di persone, con l’alimentazione ricostruita tramite richiami alimentari delle 24 ore.

I ricercatori hanno calcolato quanto l’alimentazione di ciascun partecipante si avvicinasse al modello EAT-Lancet (indice ELD-I) e a tre varianti di dieta a base vegetale: un indice generico (PDI), uno che premia solo i vegetali di qualità — cereali integrali, legumi, frutta a guscio, verdura (hPDI) — e uno che premia invece i vegetali meno salutari, come cereali raffinati, patate e dolci (uPDI). Poi hanno seguito queste persone nel tempo, per vedere chi moriva prima e chi dopo.

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Il dato che mancava: anni di vita, non solo percentuali

I risultati confermano innanzitutto ciò che ci si aspettava: chi segue di più il modello EAT-Lancet ha un rischio di morte più basso del 13% nel Regno Unito e del 29% negli Stati Uniti rispetto a chi lo segue meno. Stesso discorso per le diete vegetali di qualità (PDI e hPDI). Ma la vera novità di questo studio, quella che il rapporto del 2019 non poteva offrire, è la traduzione di questi numeri in qualcosa di molto più concreto: gli anni di vita guadagnati. A partire dai 45 anni, chi aderisce maggiormente al modello EAT-Lancet ha un’aspettativa di vita più alta di 2 fino a oltre 4 anni rispetto a chi lo segue meno; per le diete a base vegetale in generale, il guadagno stimato va da poco più di un anno fino a quasi 4 anni. Non è più (solo) una proiezione teorica su scala planetaria: è una stima, su popolazioni reali seguite nel tempo, di quanti anni in più si vivrebbe mangiando in un certo modo.

C’è però un dettaglio che rende questo risultato ancora più interessante — e coerente con tutta la storia raccontata finora. Non tutte le diete “vegetali” si comportano allo stesso modo: l’indice che premia i vegetali di bassa qualità (uPDI) è associato a un rischio di morte più alto, non più basso — fino al 44% in più nella coorte americana. In altre parole, il beneficio non arriva dal semplice “mangiare meno carne”, ma dalla qualità di ciò che la sostituisce. È lo stesso principio, tradotto in numeri, che la Commissione EAT-Lancet aveva già in mente fin dal 2019: cereali integrali sì, cereali raffinati no; legumi e frutta a guscio sì, dolci e patatine no.

Perché le due storie si tengono insieme

Messe una accanto all’altra, le due vicende raccontano un percorso quasi completo. Nel 2019 la scienza propone un modello sulla base di simulazioni e calcoli di sostenibilità, con una promessa di salute ancora da dimostrare nel mondo reale. Nel 2025 quel modello si ammorbidisce, si adatta alle culture alimentari e diventa più equo. Nel 2026, finalmente, arriva la prova empirica che mancava: seguire quel modello — o una sua versione “di qualità” a base vegetale — è associato, in due grandi popolazioni diverse tra loro, a diversi anni di vita in più. È il passaggio da “questa dieta dovrebbe fare bene, in teoria” a “questa dieta è legata a una vita più lunga, nei dati”.

Resta, come sempre in questo tipo di studi, la cautela dovuta: si tratta di ricerche osservazionali, che misurano associazioni e non possono dimostrare in modo definitivo un rapporto di causa-effetto, e l’alimentazione delle persone è stata fotografata solo in alcuni momenti, non seguita giorno per giorno per tutta la vita. Ma la convergenza tra un modello nato da simulazioni ambientali e sanitarie e i dati raccolti su centinaia di migliaia di persone reali, a distanza di sette anni, è un segnale difficile da ignorare per chi si occupa di longevità e strategie nutrizionali.

Fonti: EAT-Lancet Commission, “Food in the Anthropocene: the EAT-Lancet Commission on healthy diets from sustainable food systems”, The Lancet, 2019; EAT-Lancet Commission, “The EAT-Lancet Commission on healthy, sustainable, and just food systems”, 2025; Xu, X. et al., “Associations of adherence to the EAT-Lancet and plant-based diets with mortality and life expectancy: two nationwide cohort studies”, GeroScience, 2026, DOI: 10.1007/s11357-026-02189-9.

I contenuti di questo sito hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del proprio medico.

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